|
Núm. 42 (2015) ■ 129-156 ISSN: 0210-7716 ■ ISSN-e 2253-8291 http://dx.doi.org/10.12795/hid.2015.i42.05 Recibido: julio de 2015; Aceptado: octubre de 2015; Versión definitiva: octubre de 2015 |
Giacomo Floris
Universidad de Barcelona
Abstract: L’obiettivo di questo articolo è quello di far conoscere il testamento inedito di uno dei personaggi più potenti del medioevo italiano durante la lotta tra guelfi e ghibellini. Ugolino Visconti, esponente di una delle più grandi casate pisane nel XIII secolo, si trovò a governare per diritto ereditario su parte della Sardegna, rivestendo al contempo un ruolo di primo piano nelle vicende politiche pisane, con notevoli ripercussioni nell’ambito mediterraneo. Il testamento contribuisce a far luce sugli avvenimenti storico-politici che interessarono la Sardegna, la penisola italiana e il Mediterraneo, prima della conquista catalano-aragonese del Regnimi Sardiniae.
Parole chiave: Testamento. Ugolino Visconti, famiglia, giudicati. Sardegna. Pisa, papato. Corona d’Aragona, guelfi e ghibellini.
Resumen: E1 objetivo de este artículo es dar a conocer el testamento inédito de uno de los personajes más importantes de la Edad Media italiana durante la lucha entre güelfos y gibelinos. Ugolino Visconti, exponente de una de las más poderosas casas de Pisa en el siglo XIII, gobernó por derecho hereditario sobre parte de Cerdeña, jugando al mismo riempo un rol de primera línea en los sucesos politicos de Pisa, con notables repercusiones en el ámbito mediterráneo. El testamento contribuye a dar luz sobre los acontecimientos historico-políticos de interés para Cerdeña, la península itálica y el Mediterráneo, antes de la conquista catalanoaragonesa del Regnimi Sardiniae.
Palabras clave: Testamento. Ugolino Visconti, familia, giudicati, Cerdeña, Pisa, papado, Corona de Aragón, güelfos y gibelinos
Abstract: The aim of this article is to present the unpublished will of one of the most important personalities of the Italian Middle Ages, during the conflict between Guelphs and Ghibellines. Ugolino Visconti, one of the most powerful exponents of the families of Pisa in thè 13 th century, he ruled by hereditary right over pad of the region of Sardinia, affecting about political events of Pisa, with significant effects within Mediterranean area. The document contributes to illustrate the historical and political events in Sardinia, in the Italian Peninsula and in the Mediterranean area, before thè conquest of Regnimi Sardiniae and of its annexion to the confederation of the Crown of Aragon.
Keywords: Will, Ugolino Visconti, family, giudicati, Sardinia, Pisa, Crown of Aragon, papacy, guelphs and Ghibellines.
L’uomo medievale, influenzato da una profonda fede cristiana, concepiva la sua vita come un passaggio, un tempo fugace dove la morte era la porta o l’inizio verso una nuova vita. L’idea della morte accompagna quindi l’uomo medievale per tutto l’arco della sua vita e lo fa attraverso molteplici manifestazioni, tra le quali riveste una grande importanza la redazione del testamento, ultimo anello di congiunzione tra la vita terrena e l’aldilà e allo stesso tempo atto religioso e civile [3] .
Il titolo di quest’articolo Alle porte del Purgatorio: il testamento inèdito di Ugolino Visconti di Gallura introduce direttamente al cuore della questione, mettendo in risalto il protagonista principale di questo articolo. Partendo da uno degli aspetti per cui Ugolino è maggiormente ricordato nella letteratura medievale italiana, la Divina Commedia, si cercherà di comparare e di spiegare gli avvenimenti storici tratti dalle informazioni presenti nel suo testamento [4] .
Il suo ricordo nel Purgatorio dantesco, precisamente nel canto Vili, non è casuale e implica, al medesimo tempo, una condizione spirituale, politica e personale. che trova riflessi proprio nel suo testamento che andremo in seguito ad analizzare. Seppur da due punti di vista differenti, giuridico (testamento) e letterario (Divina Commedia), il riassunto delle tappe esistenziali del protagonista si può dire essenzialmente identico.
È a partire dal XII secolo che la Chiesa comincia a fare una distinzione tra le anime dei giusti, che dopo la morte accederanno al Paradiso, e quelle dei dannati, che saranno destinate all’Inferno. Nello stesso periodo si svilupperà anche una terza via che attenderà le anime non ancora salvate: si tratta del Purgatorio, uno spazio intermedio, più temporale che fisico, nel quale le anime dei fedeli defunti purificano le loro anime dai peccati veniali per intercessione dei vivi per poi raggiungere la meta tanto agognata, il Paradiso.
Il Purgatorio, secondo Dante Alighieri, era il luogo in cui si trovava Ugolino Visconti, assieme ad altri personaggi politici della storia medievale italiana, come Corrado Malaspina, esponente anch’esso di una grande casata il cui potere si estendeva tra la Toscana e la Liguria, con forti legami e interessi in Sardegna [5] .
Ma allora chi erano questi personaggi e sopratutto chi era Nino Visconti [6] [7] [8] ? È lo stesso Dante a dissipare ogni incertezza. Ter ‘me si fece, e io ver ‘lui mi fei: giudice Nin gentil, quanto mi piacque quando ti vidi non esser tra ‘rei, a cui potrebbe far eco Guittone d’Arezzo. Magni baroni certo, e regi quasi, Conte Ugolin, Giudice di Gallore. Si tratta quindi di Ugolinus Vicemomes, Index Dei gracia gallurensis et tercias partes regni Calaritani dominus 1 , così come lui stesso si presenta nel suo testamento; capo riconosciuto di parte guelfa e compagno d’arme a Caprona [9] del sommo poeta. Si tratta dunque di un Dominus Sardinie di origini pisane, caratteristica molto ben riassunta in una frase di una poesia del Carducci: voi che re siete in Sardegna ed in Pisa cittadini [10] , personaggio, quindi, di importanza capitale sia per Pisa che per la Sardegna.
L’avvento delle famiglie patrizie peninsulari nel panorama sardo non può essere disgiunto dal progressivo interesse dimostrato verso questa terra dalle città marinare di Pisa e Genova, nel trasfondo della lunga lotta tra papato e impero. A partire dal secolo XI, quando la Sardegna appare nelle fonti ripartita nei quattro regni o giudicati [11] di Cagliari, Arborea. Torres e Gallura [12] , le vicende giudicali sono cosi strettamente legate alla penetrazione continentale e viceversa, tanto da generare reciproci mutamenti economici e politici sia a Pisa che Genova e di riflesso anche in Sardegna. La presenza di questi grandi signori, che riuscirono a legarsi matrimonialmente alle casate locali, occupando così legittimamente la massima carica giudicale, è espressione di una vera e propria penetrazione signorile. Questa, tuttavia. in un primo tempo, non si contrappose agli interessi economici, commerciali e religiosi della madre patria, la quale supportava le iniziative dei suoi concittadini proprio a ragione di tali interessi. Il problema sorse quando questi personaggi, considerando più opportuno evidenziare la loro condizione di Domini Sardinie e quindi di signori territoriali rispetto a quella di cives, rivendicarono la loro autonomia e indipendenza dalle politiche dei Comuni di cui erano cittadini e in quanto tali sottomessi alla loro giurisdizione. Da questo momento in poi si scontreranno sia in queste città che in Sardegna gli stessi personaggi e le medesime idee.
Partendo da questa premessa e tralasciando i più antichi studi che fanno riferimento a una diretta influenza pisana nella formazione del giudicato di Gallura [13] , i più antichi documenti che attestano i primi contatti tra il giudicato gallurese e il prospiciente Comune di Pisa sono da riportare al secolo XI. Tra le prime testimonianze si annovera la Cronaca di Raffaele Rondoni, la quale riporta, per l’anno 1003, la presenza di una flotta pisana guidata da Vittore Ricucci ormeggiata al largo del porto di Santa Lucia, tappa intermedia nella sua rotta verso le isole Baleari per contrastare la minaccia del principe di Denia Mugahid [14] . Fu proprio in conseguenza della vittoria delle forze congiunte di Pisa e Genova su Mugahid [15] che iniziarono a stabilirsi più proficui rapporti tra la Gallura e la terraferma, nel segno di una politica di penetrazione (e integrazione) economica e politica, guidata dalle istituzioni laiche ed ecclesiastiche pisane, nonché dalle famiglie signorili e da quelle dell’emergente ceto mercantile cittadino [16] . La posizione della Gallura, posta dirimpetto alle coste toscane, strategicamente funzionale al controllo dei traffici del basso Tirreno, costituì un motivo di particolare interesse per Pisa, che ne avrebbe fatto successivamente l’avanguardia per una rapida e profonda espansione in tutta risola. A partire, quindi, dalla seconda metà dell’XI secolo la storia politica della Gallura si mescola continuamente con quella di Pisa e delle sue più importanti famiglie, che appaiono ben presenti e attive nel giudicato. Sappiamo. ad esempio, che il giudice Comita Spanu. nel giugno del 1132, rinnovò il giuramento di fedeltà ai consoli di Pisa e al suo arcivescovo con l’impegno del pagamento annuo di una libbra d’oro [17] , un gesto forse da mettere in relazione con all’apporto che i Pisani dettero alla lotta contro gli arabi in Sardegna. Nel 1138, si assistette a un salto di qualità nei rapporti tra Pisa e la Sardegna. In quell’anno la Chiesa pisana e il suo arcivescovo aumentarono notevolmente la loro influenza, quando, in compensazione della perdita in favore di Genova di tre diocesi suffraganee in Corsica, ottennero dal pontefice la riconferma della legazia apostolica in Sardegna, il diritto di primazia sulla sede arcivescovile turritana [18] e l’estensione della giurisdizione metropolitica alle due diocesi galluresi di Civita (Olbia) e Galtellì. precedentemente dipendenti dalla Sede Apostolica [19] . Il provvedimento era chiaramente orientato a riequilibrare e definire i campi di azione politici delle due repubbliche marinare. Ancora, nel 1173 è attestato sul trono gallurese Barison, menzionato in un documento relativo all’accordo tra il vescovo di Civita. Bernardo, e l’operaio e amministratore dei beni della primaziale pisana. Benedetto, circa la giurisdizione su alcune chiese galluresi [20] . Lo stesso giudice, con un documento munito di sigillo recante la legenda Barusone rex Gallure, riconfermava al monastero di S. Felice di Vada alcune terre poste nel saltu di Iurifai [21] . compreso nell’attuale Baronia di Orosei.
Durante il XIII secolo, la situazione di costante precarietà politica, dalla quale fu avulsa la Sardegna, dovuta agli scontri politici ed economici che vedevano coinvolte Genova. Pisa e la Sede Apostolica per il controllo dei giudicati sardi, dette avvio in tutta l’isola a una nuova fase politica. Rispetto alla situazione pisana. morto Barisone senza eredi maschi, entro il 1200 [22] , il giudicato di Gallura rimase esposto alle mire espansionistiche del marchese di Massa, Guglielmo [23] , uno dei domini Sardiniae cittadino pisano, che. alcuni anni addietro, aveva assunto il controllo di Cagliari e dell’Arborea e fu attaccato più volte il giudicato di Torres [24] . Fatta prigioniera Elena de Lacon, fu liberata solo quando acconsenti a sposare Guglielmo Malaspina, cognato di Guglielmo di Massa [25] . La famiglia Malaspina cantata da Dante nel canto Vili del Purgatorio, cosi come i Massa e i Visconti, si affacciarono alla storia sarda approfittando degli interessi e degli scontri della rispettiva madre patria in Sardegna, partecipando alla lotta contro Pisa in funzione di un tornaconto politico all’interno della realtà sarda. L’alleanza con il marchese di Massa garantiva in effetti a questa famiglia lunigiana. attraverso un’abile strategia matrimoniale [26] , la possibilità di ritagliarsi uno spazio politico poderoso che dalla Liguria orientale permetteva di controllare le direttrici economiche che interessavano la Corsica sino ad arrivare alla parte nord orientale della Sardegna [27] . Questo piano fu frustrato dall’intervento del papato in difesa del trono gallurese. Il papa, infatti, rivendicava la propria alta sovranità sul giudicato, rendendo vani questi propositi ed impedendo, in sostanza, che alcuno dei candidati appoggiati rispettivamente da Pisa e da Genova potesse aver successo [28] . Tuttavia, neppure i progetti del papa andarono a buon fine, a causa del crescente interesse delle famiglie di origine pisana, che ormai esercitavano sui giudici locali una grandissima influenza. Così, tra il 1206 e il 1207, la donnikella Elena di Gallura fini per sposare Lamberto Visconti. Si tratta, senza alcun dubbio della prima importante decisione dei Visconti in Sardegna: Lamberto, infatti, era figlio di Eldizio. esponente di una delle più importanti casate pisane, detentrici di cariche politiche all’interno del Comune [29] . Questa unione matrimoniale, oltre a procurare agli sposi la scomunica papale, diede inizio alla serie di giudici pisani in Gallura, inaugurando una nuova fase politica ed economica della storia giudicale e pisana [30] .
Dopo aver analizzato in maniera sintetica i rapporti intercorsi tra le varie famiglie di origine toscana e la Sardegna e nello specifico la Gallura, possiamo partire dal testamento di Ugolino Visconti per entrare nello specifico e analizzare i complessi panorami storici che intrecciarono la storia del giudicato Gallurese con le questioni pisane, dentro un più ampio panorama sardo-mediterraneo. Saranno i diversi spunti tratti dal testamento a guidare la ricostruzione di quegli aspetti politici. istituzionali e sociali inerenti al mondo di questo dominus Sardinee.
Le generalità del disponente riportate al principio del documento permettono di addentrarsi nelle vicende storiche che videro la nascita e raffermarsi della famiglia Visconti a Pisa e in Sardegna: Nos Ugolinus Vicecomes, judex Dei Gracia gallurensi et tercias partes regni calaritani dominus. Filius quondam bone memorie dominum Johannis juducem Galu[re]..
Questa famiglia, come tante altre presenti nella penisola, traeva il suo cognome dalla carica di visconte (vicecomes) che i suoi componenti avevano un tempo rivestito nelle gerarchie del regno italico. Diventata col tempo ereditaria, la carica permetteva di esercitare alcune attribuzioni di natura pubblica dentro un determinato territorio, in sostituzione del conte o del marchese. Nonostante il titolare della medesima fosse solamente uno, di fatto il titolo si estese a tutti i membri della famiglia per indicare la loro appartenenza al gruppo gentilizio che deteneva tale carica.
Nell’organizzazione imperiale della città di Pisa il visconte era l’ufficiale posto accanto ai consoli. Tra le sue funzioni si ricordano l’amministrazione della giustizia in nome dell’imperatore e l’attribuzione di compiti di natura amministrativa e fiscale, quali la riscossione dei pedaggi, il ripatico, la spesa pubblica e una partecipazione. seppure limitata, nell’organizzazione e direzione delle imprese militari [31] . A differenza degli altri ufficiali del Comune, i visconti non potevano essere rimossi perché provenivano dalla nobiltà feudale.
Questa divisione di poteri tra consolato e vicecomitato era scaturita dalla volontà di mantenere rappresentate, dentro gli organi di governo cittadini, le classi egemoni della società, cioè quella feudale e quella borghese. Un connubio che vide i Visconti pisani assumere una posizione preminente nel governo consolare e che, verso la metà del XII secolo, portò a uno scontro con il consolato per la supremazia nel governo del Comune. La competizione, giunta a una vera e propria guerra civile, istigata da Alberto I Visconti, venne sedata nel 1153; come conseguenza vennero colpiti da interdetto quanti si fossero prodigati nell’aiuto a questa famiglia, alla quale vennero tolti i diritti vicecomitali [32] . Solo dieci anni dopo i Visconti ritornarono al consolato, spogliati da tutti gli antichi diritti inerenti alla loro carica, il cui nome si era oramai trasformato nel gentilizio di famiglia. Caduto il loro potere politico era però rimasto intatto timo il loro potere economico, costituito da grandi possedimenti dentro la stessa città e. soprattutto, nel contado, in Valdiserchio, Valdamo e Vecchiano. per il quale la famiglia entrò in conflitto con l’arcivescovo Villano [33] .
Il potere economico e la tendenza signorile maturata nel corso dei decenni portò i Visconti ad aprirsi alla dimensione mediterranea al seguito degli interessi di Pisa. Non è un caso che la ricomparsa di esponenti della casata nella vita politica cittadina coincise con le più importanti iniziative pisane in Sardegna, tra cui la pace stipulata nel 1188 con Genova [34] . L’atto più importante si deve collocare tuttavia agli inizi del XIII secolo e riguarda il già citato matrimonio tra Lamberto Visconti ed Elena di Gallura. Le conseguenze di questo matrimonio furono immediate e drammatiche. Una tregua firmata tra Pisa e Genova nel 1209 avrebbe dovuto permettere a Lamberto di riprendere possesso del suo regno, che rimase tuttavia in mano al giudice di Torres fino al 1219. Il 18 settembre di quell’anno, a Noracalbo presso Oristano, venne stipulata la pace che pose fine alla guerra, portata avanti dal successore di Comita. Mariano II. nel tentativo di contrastare l’ascesa dei Visconti, che. da parte, loro puntavano ad estendere il loro dominio al resto dell’isola [35] . La pace di Noracalbo segnò un passaggio fondamentale nella storia duecentesca della Gallura. In virtù di una delle clausole dell’accordo. Lamberto fece accasare il suo figlio tredicenne. Ubaldo II. con Adelasia. figlia del giudice di Torres. Mariano II, ponendo le basi per la futura unione delle due corone. È interessante notare come proprio in questo periodo alcuni documenti emanati in Sardegna, sia a Cagliari che in Gallura, mostrano la presenza di esponenti del ceto dirigente pisano sostenitore della politica dei Visconti sia in Sardegna che a Pisa, a dimostrazione dei forti interessi politici che ruotavano intorno a questa famiglia [36] . Ubaldo II Visconti salì al trono gallurese alla morte del padre, nel 1226 circa, e tenne fino al 1233 anche la carica di rector callaretanus [37] . Quindi, dopo la scomparsa senza eredi del giudice di Torres Barisone III. nel 1235. ascese al trono turritano in quanto marito di Adelasia [38] . Due anni dopo, nel 1237. insieme alla moglie giurò fedeltà alla Sede apostolica per il solo regno di Torres, essendo legato vassallaticamente al Comune di Pisa per quello di Gallura [39] . Questo non impedì ai due giudici di fregiarsi del doppio titolo di re di Torres e di Gallura, creando i presupposti per nuovi problemi. Nel 1238, infatti. Ubaldo II morì e Adelasia. sposando Enzo di Svevia, trasmise al marito il titolo di giudice di Torres e Gallura [40] , nonostante nel suo testamento il Visconti avesse designato quale erede al trono gallurese suo cugino Giovanni, figlio di Ubaldo I. sotto la tutela di Galgano Visconti [41] . Adelasia, scomunicata dal pontefice per via del matrimonio con lo svevo. cercò di riconciliarsi con la Chiesa di Roma: il papa Innocenzo IV le concesse Tassoluzione alla fine del 1243. Con atto dell’8 gennaio 1244 stilato nel castello di Goceano. Adelasia donò la corte gallurese di Surake al monastero benedettino di S. Maria di Budelli, dietro consiglio dell’abate di Saccargia e dell’arcivescovo di Arborea. Fu quest’ultimo a liberare la regina di Torres e Gallura dalla scomunica per ordine del papa e nel 1246 provvide anche all’annullamento del matrimonio con Enzo. In questo modo il Papato contava di riprendere il controllo sui due giudicati, ma non potè nulla di fronte alla determinazione di Giovanni Visconti. Raggiunta la maggiore età. questi acquisì infatti il trono di Gallura e nel 1257-58 partecipò, insieme al giudice d’Arborea Guglielmo di Capraria e ai Della Gherardesca, alla conquista del giudicato di Cagliari, di cui divenne signore della terza parte, legandosi vassallaticamente al Comune di Pisa [42] . Il governo su tutta la parte orientale della Sardegna permise alla famiglia Visconti il controllo di tutta la fascia costiera maggiormente interessata dai commerci pisani.
Per quanto sia attestato da fonti trecentesche, non è da escludere che probabilmente in questo periodo i Visconti abbiano messo mano alla riorganizzazione del territorio gallurese e dell’Ogliastra (la terza parte del regno di Cagliari) per esigenze fiscali e amministrative, ma sopratutto nel tentativo di conformare attorno al proprio lignaggio una vera signoria territoriale. Protagonista di primo piano della parte centrale del Duecento, sia in Toscana che in Sardegna, Giovanni Visconti dovette ben presto cercare una soluzione all’equivoco istituzionale che si era generato nei confronti di Pisa. Questa era, infatti, intenzionata a ridurre e placare le ambizioni dei domìni Sardinie, i quali cercavano di rafforzare il loro potere in città per poter poi controllare il resto dei loro territori isolani. Tuttavia, se i provvedimenti pisani potevano, almeno ufficialmente, valere per il cagliaritano, lo stesso non si poteva dire per la Gallura, il cui potere derivava ai Visconti per il matrimonio con la casata dei giudici locali. Tale situazione degenerò con l’intervento diretto di Pisa in Sardegna contro Giovanni Visconti; il governo ghibellino della città decretò la confisca di tutti i suoi beni e l’esilio dei suoi partigiani.
Contemporaneamente, dopo la morte dell’Imperatore Federico II (1250), gli assetti mediterranei andavano sempre di più modificandosi. La Corona d’Aragona assumeva una sempre maggiore importanza, estendendo i suoi interessi commerciali e politici lungo la Rotta delle Isole, che dalla Catalogna portava fino a Oriente; Genova, rafforzata dal confronto con Federico II, estendeva la sua influenza fino al Levante e al Mar Nero, intessendo proficui rapporti con l’impero Bizantino; Pisa, al contrario, riduceva la sua influenza mediterranea, afferrandosi all’unico territorio che poteva ancora governare e da cui poteva trarre profitto, la Sardegna. La sua importanza era tale da renderla il principale tra gli elementi determinanti della vita politica pisana.
Alla morte di Giovanni Visconti e di suo figlio primogenito Lapo, nel 1275, un anno dopo essere stati esiliati da Pisa perché ritenuti colpevoli di cospirare contro le istituzioni comunali, i loro beni, così come i diritti sulla Gallura e la terza parte del regno di Cagliari, passarono a Ugolino Visconti, il quale poté rientrare a Pisa a seguito della sconfitta dei ghibellini (1276). Il Visconti si trovò così a controllare l’intera costa orientale dell’isola con una sorta di monopolio commerciale e politico i cui interessi si estendevano dalla Sardegna a Pisa [43] .
In quegli stessi anni e a partire dalla disfatta della Meloria del 1284, il Comune dell’Arno entrò in una profonda crisi politica che decretò l’arrivo al potere di Ugolino della Gherardesca [44] come podestà, e di Ugolino Visconti [45] alla carica di capitano del Popolo. La diarchia che di fatto si era creata in città fu gravida di conseguenze politiche dovute alla continua lotta in Toscana tra guelfi e ghibellini e alla vessatoria pace firmata, nel 1288, da Pisa con Genova. L’indirizzo della politica pisana di Nino Visconti e Ugolino della Gherardesca, di stampo prettamente signorile, portò inevitabili ripercursioni negative all’intemo del Comune, mettendo a nudo tutte le lotte che si combattevano al suo interno. Nel 1288 alcune frange della nobiltà pisana legata a Ranieri e Bonifacio della Gherardesca estromisero con la forza Nino Visconti e Ugolino della Gherardesca. portando alla morte del podestà e alla fuga del giudice di Gallura, il quale, anche se appoggiato da Firenze e Lucca, non riuscì a rientrare a Pisa. La lotta a questo punto si trasferì in Sardegna acquisendo dinamiche ancora più ampie. Qui il Visconti potè contare sul sostegno di Guelfo e Lotto della Gherardesca. signori di Villa di Chiesa e molto vicini alla politica di Genova in opposizione a Pisa, la quale contava con l’aiuto di Mariano II d’Arborea. Le possibilità di successo di Pisa nell’isola furono rafforzate dai più ampi avvenimenti mediterranei. Le difficoltà interne che dovette affrontare il Comune di Genova e la lotta con Venezia per il controllo delle rotte orientali giocarono a favore dei Pisani, i quali, riappacificatisi con i guelfi toscani, riuscirono a intervenire in Sardegna, ampliando ulteriormente la propria sfera di dominio [46] e decretando la confisca dei beni di Ugolino Visconti.
Le alterne vicende della guerra, la negativa da parte dei ghibellini pisani di trovare un accordo coi domini Sardinie, nonché la fluttuante politica dei personaggi in campo esacerbarono la situazione tanto da ampliare il fronte di guerra, che tra il 1295 e il 1296 si estese coinvolgendo non solo Genova, ma anche Firenze. Lucca, Siena e San Gimignano. città toscane alle quali Ugolino Visconti aveva chiesto aiuto militare contro la sua madre patria. Nel 1296 il Visconti era nuovamente in Sardegna alleato della città di Sassari, centro di influenza genovese, dei Malaspina e dei Doria. coalizione che cercherà di portare le ostilità verso Oristano, la capitale del giudicato d’Arborea, fedele alleato di Pisa. Una successiva sortita delle forze viscontee verso il Campidano ebbe come risultato una seconda sconfitta, costringendo Ugolino Visconti a ritirarsi nuovamente nelle sue terre galluresi.
A partire da questo momento vi è incertezza riguardo alla morte di Ugolino Visconti e sugli avvenimenti successivi, che interessarono il progressivo controllo di Pisa sul giudicato gallurese. Gli storici hanno sempre collocato la morte del giudice tra il 1296 e il 1298 basandosi o meno sull’autenticità della lettera inviata da Bonifacio Vili al comune di Volterra con la raccomandazione di proteggere la figlia del giudice. Giovanna Visconti [47] . Il testamento ritrovato presso l’Archivio della Corona d’Aragona [48] conferma la missiva papale e tutti i dati in essa contenuti. per cui la morte di Ugolino Visconti è da porsi certamente tra il 26 luglio (data del testamento) e il 26 settembre del 1296 (data della missiva papale); è abbastanza credibile che il giudice di Gallura sia pertanto deceduto l’imo di settembre dello stesso anno, come confermato a sua volta dalla Cronica Fiorentina [49]
La morte di Nino avvenne in un periodo in cui si aprivano nuovi scenari mediterranei che vedevano coinvolti in primo piano la Sede Apostolica e la Corona d’Aragona. Infatti, l’anno successivo alla morte del giudice di Gallura. Bonifacio Vili infeudò Giacomo II d’Aragona del regno di Sardegna e Corsica. L’infeudazione si inseriva nei più ampi progetti papali di lotta contro i ghibellini italiani e quindi contro la stessa Pisa e in favore della parte guelfa, nella quale parteggiavano i Visconti. A questo scontro partecipava il re d’Aragona appoggiato dalla classe mercantile catalana, per entrambi la Sardegna poteva garantire materie prime e costituire una pedina importante nel controllo dei traffici commerciali mediterranei. In questo gioco d’interessi fu importante il ruolo che si trovò ad assumere Giovanna Visconti che. in virtù del testamento paterno e quale erede del trono giudicale e dei beni viscontei, divenne il centro di interessi contrastanti, dal momento che il suo favore poteva garantire un rapido controllo politico sulla Sardegna.
Con la morte di Nino Visconti termina de facto il giudicato di Gallura e con lui muore il sogno visconteo di poter creare una signoria stabile il cui dominio si estendesse per tuba la fascia occidentale della Sardegna. Testimonianza di questo progetto fallito, come afferma Raimondo Pinna, sono gli avvenimenti successivi alla morte dell’ultimo giudice, al quale di fronte al malgoverno prima pisano e poi della Corona Aragonese, i maggiorenti locali mostrarono una indefessa fedeltà all’antica casa regnante [50] . Alcuni di questi avevano già servito sotto la bandiera dei Visconti e occupato posti di grande responsabilità nel governo giudicale. È il caso ad esempio di fratre Mariano, figlio di Parasone di Gattelli, camerario [51] dello stesso Ugolino Visconti, così come ricordato nel suo testamento.
Accanto a questi personaggi di origine evidentemente sarda, il testamento ugoliniano riporta i nomi di altri personaggi di chiara provenienza pisana o toscana. Si tratta di esponenti di famiglie nobili che accompagnarono i Visconti nelle loro lotte sia in Sardegna che a Pisa. La loro presenza, oltre ad indicare resistenza di una consorteria nobiliare attorno alla famiglia regnante, con cui compartivano interessi economici e politici, evidenzia un altro aspetto molto importante: l’esistenza nella Sardegna pre-aragonese di poteri giurisdizionali che si allontanavano dalle antiche forme di governo giudicali per avvicinarsi a forme di esercizio più occidentali. Parliamo delle concessioni in nomine feudi [52] , già riscontrate durante il governo dei primi Visconti, ma confermate nel testamento di Ugolino. Infatti, nelle sue ultime volontà confermava tutte le terre e ville giudicali che in passato erano state concesse da lui e da suo padre ad alcuni esponenti della loro cerchia, mentre privava dei loro feudi, sia in Gallura che nella Terza parte del Regno di Cagliari quei personaggi che non lo avevano seguito in Sardegna e che si erano in qualche modo allontanati dalla causa guelfa e dalla lotta contro Pisa. La situazione appare ancor più complessa quando tra le personalità private dei loro diritti spiccano alcuni esponenti della stessa dinastia dei Visconti, come: Tedrici de Iìcecomitibus e Mondini Pancaldi. Quest’ultimo personaggio, discendente da Sigerro di Pancaldi Visconti [53] il cui figlio Alberto aveva ricevuto in feudo da Ubaldo Visconti la villa di Bitti in Gallura [54] , occupava nel periodo immediatamente precedente la carica di vicario del marchese d’Este nella podestaria di Reggio Emilia. Che esponenti della stessa famiglia fossero privati in parte dei loro diritti confermava una disputa interna alla stessa casata, che il testamento ugoliniano ratificava in ulteriori disposizioni. Dopo aver infatti nominato la Santa Sede erede dei territori sardi in caso di mancanza di eredi diretti [55] , Nino lasciava le terre situate a Pisa e presso il castello di Agnano [56] esclusivamente agli esponenti maschili primogeniti della linea principale dei Visconti di cui lui faceva parte, cioè i Vicecomites Maiores detti anche di San Filippo, mentre disponeva che non alio Vicecomites heredes esse volimus, escludendo dall’eredità principale i rami secondari della famiglia, ai quali invece riservava solo una piccola parte dei beni pisani in compartecipazione con i Vicecomites Maiores.
A Pisa la famiglia Visconti era suddivisa in tre gruppi principali che si riconoscevano in un unico capostipite, ciascuno residente probabilmente in una ben determinata zona della città: i Vicecomites Maiores. presso la chiesa di S. Filippo di Borgo, mentre i restanti nelle parrocchie dei Santi Felice e Cecilia e in quella di S. Pietro in Vincoli o di Foriporta [57] . Se i Visconti di San Filippo si raccoglievano da decenni attorno al giudice di Torres e Gallura Ubaldo II e in seguito attorno al legittimo giudice Ugolino Visconti, gli altri consortes perseguivano una politica differente, a volte in contrasto con i primi. A partire dalla prima metà del 1200 si assiste ad una partecipazione attiva da parte dei Visconti di Foriporta e di quelli insediati fra S. Felice e S. Cecilia nella vita politica pisana, nonostante la preminenza dei Vicemcomites Maiores [58] ’ 1 . L’intervento politico di questi ultimi in Sardegna incrinò i rapporti con le altre due parti viscontili e su iniziativa della Sede Apostolica, interessata al controllo politico sui giudicati sardi, questi ultimi perseguirono una politica toscana in antagonismo con quella sarda dei Visconti di San Filippo. È probabile che con la caduta in disgrazia di Ugolino Visconti a Pisa i due ceppi familiari minori si siano nuovamente allontanati, disinteressandosi della politica viscontile in Sardegna per assicurarsi un più sicuro potere nella penisola. Non cosi l’operato della famiglia dei conti di Collegarli, anch’essi ricordati nel testamento di Nino Visconti, di cui Carlo, figlio di Fulco, fu testimone delle ultime volontà del giudice gallurese [59] , ne di quei famulares che fedelmente avevano prestato servizio sotto le insegne dei Visconti e per i quali il giudice chiedeva alla figlia la loro riconferma a disposizione delle necessità della casata.
I legami familiari e clientelari appena descritti nonché le relative implicazioni giuridiche fanno supporre che i Visconti abbiano a mi certo punto identificato le sorti della Gallura con quelle dinastiche.
Alla luce di altre considerazioni, potremmo congetturare che si tentasse di dare forma a una sorta di vincolo di fedeltà alla dinastia attraverso l’unione di elementi autoctoni a peninsulari, modificando dall’interno le strutture politiche, sociali e simboliche. È lo stesso Ugolino a confermarne in parte i presupposti, quando nel suo testamento dispone la sua sepoltura in eo loco ubi sepulti sunt predecessores nostri, domini judices gallurensis [60] . Questa disposizione dettata da Ugolino Visconti implica senza ombra di dubbio resistenza di un luogo sacro nel quale venivano sepolti i giudici di Gallura, di cui prima non si avevano notizie.
Durante tutto il Medioevo resistenza di un pantheon reale o nobiliare e di conseguenza la scelta di una sepoltura d’élite corrispondeva alla necessità di garantire la salvezza dell’anima del defunto ma anche al desiderio di esaltare il lignaggio e proclamare la legittimità storica e politica del defunto, preservando in questo modo la memoria dinastica. Come annota il Tamponi, il padre di Ugolino, Giovanni, e suo fratello maggiore Lapo morirono a Montopoli [61] e furono sepolti presso la Chiesa francescana di San Mimato. Di conseguenza il Pantheon giudicale non poteva contenere le loro spoglie, ma accoglieva per forza di cose i corpi dei giudici locali. Il miglior modo per rappresentare la legittimità e la continuità del lignaggio “toscano” con quello autoctono era quindi di farsi seppellire nello stesso luogo dove da secoli riposavano le spoglie dei primi giudici. Considerando che Nino Visconti mori in Sardegna e più precisamente in Gallura, e sopratutto che il suo testamento fu redatto a Gabelli, possiamo supporre, grazie ad altre testimonianze architettoniche, che probabilmente questo Pantheon giudicale si trovasse in questo centro. Il testamento di Nino Visconti rivela come Galtelli fosse assurta a sede privilegiata del governo giudicale. L’importanza di Galtelli era già palese per il fatto che vi fosse ospitata una delle due sedi vescovili galluresi, la cui chiesa cattedrale presenta la testimonianza eloquente di una committenza di altissimo livello: ci si riferisce al ciclo di affreschi di S. Pietro, databili tra il 1198 e i primi anni del XIII secolo [62] , e alla fabbrica della nuova cattedrale, rimasta incompiuta [63] . Due aspetti che possono essere a questo punto messi in stretta relazione con la volontà politica dei più anticlù giudici di Gallura, e dei Visconti in particolare, di monumentalizzare quella che consideravano probabilmente la capitale del regno, dotandola di un’adeguata cappella palatina e di un palazzo. Si potrebbe anche azzardare l’ipotesi che il mancato completamento della nuova cattedrale sia stato l’obiettivo deliberato del Comune di Pisa o della Corona d’Aragona di ridimensionare il potenziale simbolico di quei luoghi. Lo stesso palazzo dove si trovava convalescente Ugolino Visconti è ricordato nelle fonti pisane come la curia regni (o corte de rennu): corte de Rengno cum turri nighella et turri alba et cum pluribus domibus planis super se et cum curia in medio murata circumcirca, ex una ecclesia ex uno latere ipsius [64] . E nell’aula superiore di questa struttura che l’ultimo titolare del regno gallurese vi detta le sue ultime volontà, presente il camerario giudicale Mariano di Gattelli. Tutti questi dati sono di estremo interesse, e sembrano confermare quanto già detto rispetto all’identificazione dei signori toscani nel loro ruolo di sovrani locali.
Se da una parte il Visconti predisponeva la sua sepoltura in Gallura, dall’altra determinava che il suo corpo, una volta scarnificato, dovesse riposare presso la chiesa dei Frati Minori di Lucca [65] , così come in parte testimoniato da una antica tradizione che sosteneva che in quella città e precisamente nella chiesa dei frati minori, fosse stato sepolto il suo cuore [66] . Un monumento funebre ritrovato nel ‘700 nella chiesa di San Francesco di Lucca conteneva al suo interno una cassetta con i resti di un cuore e altre viscere imbalsamate. La lapide recava l’iscrizione: Hic est cor illustris viri domini Ugolini iudicis Gallurensis et domini tertie partis regni Calleritani, qui obit anno domini MCCLXXXX17I dei XI ianuari [67] . La parola latina “cor” potrebbe essere anche tradotta come abbreviazione della parola corpus, invece che del termine “cuore”, per cui effettivamente non possiamo essere sicuri se ci fu una vera traslazione delle ossa del defunto oppure solamente l’inumazione di alcune reliquie del suo corpo, mentre è probabile che la data presente nel monumento si riferisse a quella della sepoltura a Lucca.
In questo delicato frangente storico con la morte di Ugolino tutta l’eredità passa a Giovanna Visconti sotto la tutela della madre Beatrice d’Este [68] . del conte Taddeo di Monteorgiale [69] . e di altri esponenti della cerchia giudicale, con il compito di tutelarne gli interessi e tutti i beni sia in Sardegna che nella penisola. Suo malgrado, l’unica erede si trovò al centro del grande conflitto che vedeva contrapposti nella penisola guelfi e ghibellini. Attorno a Giovanna Visconti iniziarono a ruotare gli interessi e le strategie delle diverse forze schierate sui due fronti dentro e fuori dall’isola: La Corona d’Aragona, così come il Papato. Firenze. Lucca. Pisa. Genova, i Dona, i Della Gherardesca e i Malaspina. si dimostrarono da subito interessati alle sorti dell’erede dei Visconti [70] . Il motivo principale di questo interesse si sviluppò attorno al diritto di successione previsto per i giudicati sardi. La continuità dinastica in Sardegna veniva assicurata tramite l’associazione al trono dei figli maschi che godevano, almeno formalmente, delle stesse prerogative del giudice. In caso di minore età o assenza del giudice le sue funzioni venivano esercitate da un giudice di fatto, individuato tra i parenti o le persone più vicine al sovrano, delegato anche all’amministrazione della giustizia [71] . È il caso di Galgano Visconti, che fece le veci del giudice Giovanni, usque quo dictus Iohannes fuerit in e tate [72] L Come si evince dal testamento di Ugolino Visconti l’ascesa al trono era regolata in modo che il figlio maschio ereditasse il trono e tutti i beni, a dispetto della primogenitura. In questo caso alle figlie femmine, anche se nate per prime, si garantiva una cospicua dote capace di garantire un matrimonio conveniente. Il caso di cui ci stiamo occupando rientrava nei termini successori per cui le donne trasmettevano il titolo regio ai propri mariti, che divenivano giudici a tutti gli effetti [73] , come nel caso di Elena de Lacon. con cui si diede origine ai giudici della casata Visconti. Giovanna alla morte del padre come erede di un titolo sovrano, e in virtù dello ius hereditarium, modificò il suo status divenendo “regina titolare di diritti” [74] , i quali si trasmettevano per via matrimoniale direttamente al marito per divenire il legittimo giudice. Questa regola ampiamente confermata dal testamento di Ugolino, in forza del quale l’eredità di Giovanna è condizionata de iure et more regnorum Sardinie non attribuiva pieni poteri “reali” agli eredi di sesso femminine, è pacifico che si preferì nominare dei tutori che ne curassero gli interessi al posto di un giudice di fatto che ne esercitasse le funzioni fino al raggiungimento della maggiore età. Il contesto di primissimo piano in cui si verrà a trovare Giovanna Visconti è il risultato dell’interesse che dimostrarono nei suoi confronti le potenze mediterranee [75] , incluso il re d’Aragona e la Sede Apostolica, che sollecitarono a più riprese la scelta di un marito a loro favorevole quale futuro giudice di Gallura, capace di garantire i loro tornaconti. Giovanna, nell’intento di conservare il proprio patrimonio sardo, cercò inutilmente di allearsi con il re d’Aragona Giacomo II. nuovo re di Sardegna e Corsica [76] . Da parte sua. il sovrano aragonese, in preparazione della conquista del regno infeudatogli, si dimostrò interessato a stringere un accordo con la nobildonna gallurese, favorendone il matrimonio con una persona fedele alla causa aragonese per poter poi acquisire in modo incruento il controllo della Gallura. Dall’altra parte vi erano le pressioni di Pisa che. nonostante si apprestasse ad invadere la Gallura, trattò con il tutore di Giovanna nonché suo vicario. Taddeo di Monteorgiale. il riconoscimento formale dell’alto dominio del Comune sui territori galluresi dietro il pagamento di un determinato censo [77] . Alcuni documenti del primo Trecento dimostrano come alcuni castelli galluresi erano ancora sotto il controllo di Giovanna [78] : il castello di Gabelli. Posada. Villa Petrosa, Terranova (Olbia). Quirra e Ogliastra. oltre a multe bone terre et grosse e a multi boni portus [79] .
Ad avere la meglio fu Pisa, che tra 1305 e 1308 occupò militarmente il giudicato, piegando la resistenza delle elite locali fedeli ai Visconti [80] , e nel contempo avviò le trattative con la corte aragonese per trattare un accordo utile alla conservazione del suo nuovo dominio [81] . Non sono ciliare le tappe che precedettero l’occupazione totale della Gallura da parte di Pisa, sapiamo, da alcune fonti coeve, che questa si verificò dopo la partenza di Giovanna e di sua madre, che ripararono presso il fratello di Beatrice. Azzo Vili d’Este. Il problema del matrimonio di Giovanna continuava a costituire un caso internazionale; costretta a vivere forzosamente presso la corte di Ferrara, fu alla fine liberata grazie all’intercessione dei comuni di Firenze e Lucca, antichi alleati di suo padre, che aspiravano alla tutela sulla nobildonna sarda. Nonostante le forti pressioni, Giovanna riuscì a raggiungere la Lombardia, dove sua madre era andata in moglie, nel 1300, a Galeazzo Visconti signore di Milano. Ancor contesa per la sua eredità fu infine data in moglie nel 1308 a Rizzardo da Camino, rendendo vane le mire degli altri potentati italiani. Le ragioni di questo matrimonio si possono ritrovare nella probabile supremazia dei Da Camino sugli altri pretendenti “italiani”, i cui poteri furono ridimensionati dalla crescente potenza catalanoaragonese. Alle soglie della conquista Giacomo II preferì imbastire un’intensa attività diplomatica, che coinvolse tutti quanti vantassero terre e titoli in Sardegna [82] ; l’interesse della corte aragonese su Giovanna andò scemando in considerazione del fatto che ormai la Gallura e la terza parte del Cagliaritano erano ormai possesso esclusivo di Pisa.
È in questo convulso contesto mediterraneo che nasce l’episodio relativo all’incontro di Dante Alighieri con Ugolino Visconti. Le terzine finali, che vertono sulla dualità politica e spirituale che caratterizza la Divina Commedia, possono essere considerate come la conclusione di quanto è stato finora esposto. In queste ultime strofe. Giovanna incarna l’eroina positiva, colei che oltre ad ereditare il legato politico del padre avrà il compito di pregare sulla sua salvezza eterna, incomandatole con la celebre frase: quando sarai di là da le larghe onde, dì a Giovanna mia che per me chiami là dove a li ‘nuocenti si risponde. Al contrario. Beatrice d’Este si discosta dall’eredità viscontea e si lega in matrimonio con i ghibellini Visconti di Milano, operando un doppio distacco che è politico e affettivo- spirituale allo stesso tempo. La morte di Nino mette fine alla parabola terrena dei Visconti pisani, rimaneva solamente la sopravivenza oltre la morte, da questo punto di vista, l’invocazione alla figlia si converte in un gesto simbolico che chiude l’esperienza umana di questa famiglia.
Come tutti i documenti notarili, anche i testamenti medievali avevano una struttura formale che soggiaceva a determinate regole; questa era costituita da un preambolo, da una parte dispositiva, da clausole finali e dall’escatocollo.
Il preambolo del testamento del Visconti inizia con un’invocazione religiosa. In nomine Sancte Individue Trinitatis che costituisce l’offerta alla divinità dell’atto che si stava per redigere. Dopo aver sottolineato la consapevolezza dell’avvicinarsi della morte, cum nil sit certus morte mortalibus nichil incertus hore mortis, si dichiaravano i motivi della redazione del documento mettendo in ordine le questioni materiali e spirituali. Per cui sanus et compus mente, corporis infirmitatem lan- guentem. Ugolino Visconti disponeva dei suoi beni, averi e diritti, con il dichiarato proposito di voler effettuare un testamento per nuncumpacionem, manifestando la propria volontà dinanzi al notaio e a sette testimoni [83] .
Come in tutti i documenti coevi, la titulatio precedeva la dichiarazione di intenti e includeva le generalità del disponente: Nos Ugolinus Vicecomes, judex Dei Grada gallurensi et tercias partes regni calaritani dominus. Filius quondam bone memorie dominimi Johannis juducem Galu[re],
Il preambolo lasciava spazio alla parte centrale del documento, sottolineando le disposizioni del testatore. Questa seconda parte conteneva i legati testamentali e si sviluppava in modo poco lineare, dovuto all’alternarsi incoerente tra disposizioni spirituali e legati materiali. Il primo e più importante di questi era destinato a Giovanna Visconti, figlia unica di Ugolino e Beatrice d’Este. nominata erede universale di tutti i beni e di tutti i diritti che appartenevano al disponente. Tuttavia, una speciale clausola imponeva a Giovanna di sottostare alle antiche consuetudini dei giudicati sardi, che nella successione davano priorità all’eventuale nascita di un erede maschio, trascurando la primogenitura. Per tale motivo, se si fosse verificata la nascita di un figlio postumo, avrebbe ricevuto esclusivamente la dote di quinque milia libras pissanorum parvorum. Qualora fosse nata invece una sorella, tale somma sarebbe stata destinata a quest’ultima. La stessa clausola chiariva che. in caso di morte di tutti gli eredi diretti, prima del raggiungimento della maggiore età, la Sede Apostolica avrebbe ricevuto l’intera eredità.
Come è chiaro dalla successione venivano esclusi completamente i parenti più prossimi, i Vìcecomites Maiores e gli altri parenti, i quali comunque ricevevano esclusivamente alcune proprietà a Pisa e nel suo territorio [84] .
Dopo aver assicurato l’istituto giuridico della successione venivano definite le disposizioni spirituali relative alla salvezza dell’anima. Se la scelta del sepolcro rispondeva ad esigenze di natura dinastica e politica [85] , ai bisogni spirituali si riservavano clausole particolari che ricorrevano con frequenza nei testamenti medievali. Cosicché, per le spese inerenti alla sepoltura e agli uffici divini pertinenti. il giudice lasciava la somma di duecento lire di pisani minuti, mentre il resto dei suoi lasciti spirituali venivano destinati a chiese e conventi, in maggioranza francescani. Il Visconti destinava, infatti, al convento dei frati minori di Lucca cinquecento lire di pisani minuti, mentre a frati predicatori della stessa città ne lasciava trecento.
Attraverso i legati pro anima gli enti ecclesiastici toscani risultavano i destinatari di una cospicua parte del patrimonio del giudice. Per questo motivo, accanto ai lasciti ai conventi non mancavano quelli riservati agli enti ospedalieri, tra cui nel nostro caso ricordiamo l’ospedale di San Giacomo di Altopascio e l’ospedale di San Pellegrino de Alpibus, entrambi in territorio lucchese, destinatari rispettivamente di due mila lire di pisani minuti e di mille lire in denaro o in terre. Ad ulteriore garanzia della salvezza della sua anima, il giudice stabiliva che in determinati giorni dell’anno si realizzasse una distribuzione di cibo ai poveri e. per la stessa ragione, predisponeva un’elemosina in denaro in favore degli indigenti. Un’ultima somma di denaro era destinata ad armare due cavalieri da mettere a disposizione della Chiesa per la riconquista della Terra Santa, così da espiare le colpe di una vita poco esemplare.
Assicurata la salvezza eterna secondo i dettami della Chiesa, di seguito si cercò di salvaguardare gli interessi di Beatrice, moglie di Ugolino, a cui fu restituita la dote e la donatio propter nuptia^ 5 . Così come stabilito nel loro contratto matrimoniale, la vedova riceveva dai beni del testatore una parte in denaro e l’altra in beni mobili.
Quanto rimaneva dei beni del testatore, fu assegnato ad altri personaggi al di fuori della cerchia familiare, quali milites e donzelle che avevano seguito la famiglia in Sardegna. A quanti avevano militato sotto la bandiera del giudice si riconosceva la facoltà di poter ancora conservare per tutta la vita armi e cavalli, d’ora in poi a disposizione di Giovanna Visconti.
Come in tutte le grandi famiglie fu indispensabile la nomina di alcuni tutori che amministrassero il patrimonio per conto dell’erede che ancora non era maggiorenne. Per evitare interferenze da parte dei suoi familiari, il giudice fece ricadere la scelta su Beatrice e su alcuni personaggi della sua cerchia, definendo in maniera schematica le funzioni attribuite a sua moglie dentro questo collegio.
Come consuetudine, il giudice si apprestò a disporre di quei legati testamentari lasciati dal padre Giovarmi Visconti nel suo testamento, ordinando che venisse completamente corrisposto quanto ancora mancava da saldare. Di questo si sarebbero occupati i fideicomissarios, vale a dire quelle persone incaricate di dar compimento a tutti i lasciti e le disposizioni presenti nel documento attraverso la gestione del patrimonio.
A questo compito fu chiamata nuovamente Beatrice d’Este insieme all’abate del monastero di San Zenone, il guardiano del convento dei Frati Minori di Pisa e un certo padre Macutum Scoragiam, dell’ordine dei Frati Minori. Nell’eventualità che gli eletti si dimostrassero negligenti nell’espletamento delle loro funzioni, tale compito sarebbe passato, prima al Comune di Lucca, in seguito al convento dei padri predicatori e in fine alla Sede Apostolica.
Il compito degli executores/fideicomissarios non si limitava al solo compimento dei lasciti testamentari, ma dotati di un’ampia potestà sui beni del testatore potevano venderli, pignorarli, nonché esigerli e recuperarli da terzi. Non rientravano nella disponibilità degli esecutori quelle terre e villaggi del giudicato di Cagliari o Gallura, donati da Ugolino e da suo padre: al contrario di quei feudi tenuti da coloro che si erano rifiutati di seguire il giudice in Sardegna.
Il corpo del documento terminava finalmente con la designazione degli esecutori e con la tipica clausola con cui si revocava qualsiasi altro testamento, dando inizio all’escatocollo.
Come nei testamenti coevi anche il nostro documento si chiude con la datazione cronica e topica e con le pertinenti convalide. La datazione topica precede la cronica e viene introdotta con l’espressione in camera superiori domus
sive palacius curie Gaviali, seguita dall’indicazione del luogo iudicatus Gallare. Il documento riporta la sola menzione dei testimoni che diedero validità all’atto. [86] per finire con la data cronica e la menzione del notaio che suggella il documento, mancando per completo le sottoscrizioni corrispondenti.
1296, luglio, 26. Galtellì
Testamento di Ugolino (Nino) Visconti giudice di Gallura e signore della terza parte del regno cagliaritano. Trovandosi a letto gravemente infermo, nominava in mancanza di eredi maschili la sua unica figlia, Giovanna, erede di tutte le sue terre in Gallura, in Sardegna e a Pisa. In base alle regole di successione previste per i giudicati sardi, disponeva che alla figlia subentrassero nel titolo e nel trono i figli maschi, in ordine di nascita, qualora ne avesse avuto qualcuno dal suo matrimonio con Beatrice d ’Este. Stabiliva che, fino al raggiungimento della maggiore età, i beni dell ‘erede fossero amministrati da diversi tutori tra i quali, Beatrice d ’Este e Taddeo di Monteorgiale.
B.- Cartaceo, fogli sciolti, testo parzialmente lacunoso.
ACA, Papeles por Incorporar, 7bis, ff. 9r-l Ir.
Testamenti Iudicis Gallurie [87]
In Noniime Domini amen. Reperitur in quodam [...] scriptorum protocollorum seu ro- gatorum scriptorum manu domini Bonacurssi de Collo [de] Vali Ose olini notarium in hunc nioduni litichi infrascripto notarlo relieti a prefacto Bonacurssio.
In nomine Sancte Individue Trinitari, amen. Culli nil sit certius morte mortalibus nichil incertus hore mortis. Ideo Nos Ugolinus Vicecomes Iudex Dei gracia, gallurensis et tercias partes regni Calaritani dominus. Filius quondam bone memorie dominimi Iohamiis Iudi- cem Gallerie], sanus et compus niente, corporis infinnitate languente, de bonis, [rebus] et iuribus nostris per nuncupacionem sturi scriptis infrascripto modo et ordine, disponimus testamentum et nostrani quondam ultimam voluntatem. In primis quam dictam Iohamiam filiali! nostrani, natam ex domina Beatrice, filie illustris domimi marchionis Estensi, consorte nostra, si nos sive alio filio et herede mori contingerit nobis, in omnibus bonis nostris et iuribus heredem instituimus et esse volumus et iubemus. Et si mascullus superesseret nobis legiptimus, vel post niortem nostrani postumus nasceret, ipsum heredem universo- rum totuni esse iubemus et in eo coralli predicte filie nostre Iohanne prò se maritarne quius iure legati quinque milia libras pissanorum parvorum de quibus volumus et iubemus esse conteptam. Et si cimi dieta filia alias solimi filia feniina legiptima remanfere] vel ex nobis postuma nascitura in eo coralli predicte Iohanne heredem in solidum remanente et predicte filie seu postume prò se dotanda reliquius iure legati de bonis nostris quinque milia libras pissanoru parvorum de quibus volumus et iubemus eam esse comptentam. Enini de iure et more regnorum Sardinie seniper in regnis iudicatibus et regalibus iurius primogenitum vel priinagenitam opportet esse heredem nostre regna vel iura regalia devidentur quod nos sit servali et esse volumus et piena et propria volturiate nostra mandamus. Et si masculus post niortem nostrani remanens vel postumus nascens in pupilare etate, decederet predictam Iohanam heredem nobis et ei substituimus et esse iubemus. Quod si nullo masculo remanente vel nascente postumo, predictam Iohanam in pupilare etate mori contingeret alia filia femina cum ea remanente vel postume nata vel supra[dictam] ipsain secundam remanente vel postume natam nobis et ei heredem in solidutn instituimus et esse mandamus. Et si pre- dictam Iohanam seu filium legitimum cum ea remanente vel postane natam sine alia filia remanente vel postume natam solum vel solatn id est sine frate vel sorore ex nobis legitimus in pupilare etatem mori contingerit in eo coram nobis et huius modi ftlio vel filie ultimo decedenti in pupilarem etatem Ecclesiam Romanam matrem nostrani heredem substituimus et esse volimus et mandamus in terra nostra de Sardinia tantali in domibus vero solaribus [88] Y 9 ’ sive spatiis et terribus. Et terra quasiquad habemus in civitate Pissam et in Agnano et in eius pertineciis, excepte casolaribus et domibus que habemus coram cum nobilibus de domo Alberti in civitate Pissana et excepte cassolaribus et terra que habemus prope stanium Catalinam de Pissis et eius pertmenciis cumsortes nostros si licet Vicecontes qui maiores dicuntur et de Santo Philippo mascullos et legip[timos] et non alio vicecontes heredes esse volimus et mandamus in predictis. Vero cassolaribus et domibus et terris que habemus coram clini dictis heredibus nobilibus de cassa Alberti et etiam in cassolaribus et terra que habemus apud stanium Catarmam et in eius pertinentiis ei in aliis bonis nostris ex civitate Pisa, in districhi tantum Pise partem predictos consortes nostros et alios onmes Vicecontes quocumque prò nomine et cognomine nuncupantur videlicet mascullos et legiptnios heredes esse volimus et mandamus. Corpus quoque nostrum si in Sardinia ubicunque [89] nos mori contingerit sepeliri volumus in eo loco ubi sepulti sunt predecessores nostri, domini Iudices Gallurensis. Ita tamen quod corpus nostrum portare debeat apud locuni fratrum minorum de Lucha cum nichil nobis camis ibi relmquere valeamus. Et per exequiis diete sepultae et mortis nostre per aliis necessariis expendi volimus CC libras pisanorum parvoriun.
Item relinquimus et dari volumus de bonis nostris, prò salute anime nostre conventui dicto fratrum minorum de Lucha libras quinque centuni pisanorum parvoriun.
Item conventui fratrum predicatorum eiusdem civitate libras CCC pisanorum par- voruni.
Item ospitali sive missioni Sancti Iacobi de Alto Passu, posito in districto Luchano, duo niilia libras diete monete diete monete in peccunia sive tera.
Item ospitali Sancti Pellengrini [90] de Alpibus, libras M diete monete in peccunia sive tera. Item volumus et mandamus quod singulis diebus festivitatan Sancti Nicolai et Beate Lucie Virginis pascente in perpetuimi centuni pauperes.
Item volumus et mandamus quod quolibet die veneris pascente in perpetuimi de bonis nostris duodecmi pauperes.
Item volumus et mandamus quod quolibet die Veneris Sancti dente et erogentur pau- peribus de bonis nostris in perpetuimi libras XXV diete monete.
Item relinquimus et indicamus de bonis nostris, prò restitutione olimi dapni que ha- buissemus vel ad nos pervenissent occasione ledi vel alio ilicito modo, de quibus non re- cordamur cuius fuemnt vel a quibus habuimus, libras mille supradicte monete, quas dari et distribuì volumus et mandamus pauperibus et miserabilibus personis, eciam si prò recu- peracione vel subsidio Tere Sancte et ultra mare contingat per Romanam Ecclesiam fieri passadium generale, volumus et mandamus quod mittant expensis bononim nostrorum duo equites decenter muniti, equis et armis inorante inter emide, stando et redeundo per unum annulli et ultra vel in quantum duraret passadium. Reliqumius de bonis nostris iure legati ||f.10r supradicte m[o]nete domine Biatrici, uxori nostre, doctem smini et donacionem propter nucias, si[cut] in instrumentis suis plenius continete Et insuper reliqumius et indicamus supradicte de bonis nostris, ut dictum est, totam caineraiii suam cimi omnibus vestimentis suis, panis lineis, laneys et siricis et cuiuscumque alterius condicionis existat, et lectis, culcetis seu navetis et singulis aliis apparentibus ad lectorum om[a]menta pertiuentibus, et o[m]nes amiullos, girlandas, cinturas et alias [±6] siugulas cuiuscumque condicionis, modi et valoris existant.
Item [91] relinquinius et indicamus de bonis nostris singulis famularibus nostris que nos secuti sunt in Sardinia equos et arma eis asignata et quos equitabant. Et quod toto tempore vite eonmi donius nostra et filie nostre non deroget eis seu possint in eam famulariter redire et uti et vitam et alimenta tractare, sicut faciimt nobiscimi.
Item volumus et mandamus quod onmes et singuli, talli milites quam damiselli et alii, que in nostra provicio venerunt et steterimt in Sardinia per supradictam dominam Biatricem, uxorem nostrani, de bonis nostris, cimi ad feliciorem statimi pervenerint secundimi cuiuscumque [±4] probitatis, cimi nos ad presens id tacere nequeamus quod satis in corde nostro ressidet, et cognoscamus nos obnexios ex debito ad predicta. Tutores vero predicte filie vel alterius filii vel filie, unus vel plurium, qui vel que remanerent ex nobis, ut dietimi est, ordinamus, disponimus et relinquinius et esse volumus predictam dominam Biatricem, uxoremnostrani et matreni Iohaime, Tadeuni corniteli! de Monte Originalem, Oppo[...] con- dam domini Girardi Gadebi et Matheum filiuni Gidonis Pantie. Et si contingeret durante tutela aliquem vel aliquos predictorum tutorum mori, nullus substituatur vel detur in locum eius nisi postulatus a dieta domina Biatrice, uxor nostra, si ipsa voluerit aliquem alium subtituendimi postulare qui sit nollet alium [92] substitui. Nichilominus ipsa cimi renianenti- bus vel sola si voluerit [onmi]a et singula possit et debeat exequi et tacere et spedire que ad tutelali! pert[ine]t et pertinere possit. Sed volumus quod post niortem nostrani nullo de predictos tutor[es] decendent, statini vel quecimique predicte domine Biatrice, uxori nostre, placuerit posit ali[o] contutore unum videlicet postulare qui sit cimi eis ad dictam tutellam exequenda, quelli alter postulandus ex nunc prout ex tunc contutorem predictorum tutorum supervivent[ium] esse, volumus et mandamus et constituimus et in omnibus et singulis casi- bus supra proxime [93] dictis eidem domine Biactrie, uxorem nostrani, et cimi predictos omnibus et singulis tutoribus vel alio seu aliquibus eoruni seu filii soli prò sua voluntate arbitrio gerendi et administrandi et exequendi omnia et singula ipsius pupilli |f.10v vel pupile negotia, danius et concedimus liberali! facultatem et quidquid per eam gestuni fuerit vel administra- cioni ratimi et firmimi esse, disponimus et volumus ac fide consensu omnium factum esset.
Item relinquinius et volumus et mandamus quod omnia et singula indicata, legata et relieta quibuscumque personis et [loci]s per dominimi Iohanem, olini bone memorie patrem nostrum, in sua ultima voluntate et testamento dispo[s]ita, ordinata et fieri mandata per ipsum, piene et integre de bonis nostris solvantur, erogentur, dentur et execucioni mandetur, prout et sicut in ipso testamento continetur. Fideicomissarios vero nostros predictorum indicatorum et legatorum reliquimus et esse volumus predictam dominam Biatricem, uxorem nostram, et abateni monasterii Sancti Zenonis Pisarum et gaurdianum [94] fratrum minorimi de Pisis qui prò tempore fuerit, et fratrem Maguthum Scoragiam, Ordinis Minorimi, quibus damus et concedimus plenum et liberali! potestatem predicta, in iudicio et extra [95] , recipiendi a quocumque prò aliter propria capiendi, vendendi et alienandi de bonis et rebus nostris, sicut voluerint, prò predictis omnibus et singulis indicis nostris et legatis exequendis et disligandis. Et si predicti nostri executori negligentes essent vel remiserint predicta execucione facienda, volumus et reliquimus quod commune nostrum Luchanum predicta omnia et singula possit et debeat cum effectu exequi. Et si commune Luchanum foret alia occupatimi non exequeretur predicta, volumus quod conventus fratrum predicatorum et minorimi de Lucha predicta omnia et singula exequi possint et debeant cum effectu. Et si forte predicte fratres predictam execucionem indicatorum et legatorum non facerent, volumus et relinquimus quod Romana Ecclesia, mater nostra, execucionem possit facere et faciat cum effectu. Facta autem omnia et singula data et concessa per patrem nostrum et nos de villis et teris nostris, iam in iudicatum Galure quam Kalari quibuscumque personis et locis, exceptis feudis dominorum Lusdomini Mecorante, Mondini Pancaldi et Bethini domini Girardi, Tedrici de Vicecomitibus et cuiuslibet alterius procer que nobiscum non venit in Sardinia ad deffenxionem et recuperationem tere nostre, firma et rata relinquimus et esse volumus. Feuda vero predictorum dominorum Luxdomini, Mondini et Luquini et aliorum qui in Sardinia [n]on venemnt, ut dictum est, penitus revocamus. Et hec est nostra ultima voluntas, quam valere volumus iure testamentoruin |f.11r quod si non valeret iure testamenti saltim valeat iure codicillorum et cuiuslibet alterius ultime voluntatis.
Actiun in camera superiori d[omus] sive palacius curie de Gaytali, iudicatus Gallure, in qua idem dominus iudex iacebat infirmus. Presentibus testibus vocatis atque rogatis, domino Carollo condam domini Fulchi de Collegarli, Sequo de Orcium [...] pixanus filius condam Leonegradi, presbitero Ublado filio Leonardi de Pissas de Cape[de], Philipi domo eius, fratre Mariano camerario dicti domini Iudicis filius Parissonis de Gauytilli, Guillermi- tio filius Quenselimif...] de Caprum et Vane vocato Folle filius de Prinius de Ugo Pissano, ab anno domini M CC L XXXX VI, indiccione IX, die XXVI, mensis Iulii.
Ego Iacobus, condam domini Petri de Bene, imperiali autotitate notarius nec non [iudex] ordinarius, etc.
Alberti Ottirino Pietro. La diocesi di Gattelli, dalla sua soppressione (1495) alla fine del sec. XVI, voi. I-II. Cagliari, 1978.
Aurell, Jaume y Pavón, Julia. Ante la muerte. Actitudes, espacios y formas en la España medieval, Orcoyen, 2002.
Ariès, Philippe. L’uomo e la morte dal Medioevo a oggi. Bari, 1989.
Artizzu, Francesco. La Sardegna pisana e genovese. Sassari, 1985.
Besta, Enrico. La Sardegna medioevale, voi. I-II. Palermo, 1908-1909.
Bertelli, Sandro. Il corpo dei re: sacralità del potere nell ‘Europa medievale e moderna. Firenze, 1990.
Boscolo, Alberto. La Sardegna bizantina e attogiudicale. Sassari, 1978.
Brook, Lindsay Léonard, et al. Genealogie medievali di Sardegna. Cagliari-Sas- sari, 1984.
Brandanu Salvatore (coord.), Sanna M. G. La Gallura in epoca medioevale, in Sardegna, cultura e civiltà del popolo gallurese. San Teodoro, 1998, pp. 111-118.
Cadeddu. Maria Eugenia. “Giacomo II d‘Aragona e la conquista del regno di Sardegna e Corsica”. Medioevo Saggi e Rassegne. 20, 1995, pp. 251-316.
Cationi, Enzo (ed.), Farae. Iohannes Franciscus. In Sardiniae Chorographiam, ora in Joannis Francisci Farae Opera. Voi. I-III. Sassari, 1992.
Caimnineci, Valentina (ed.). Parce Sepulto, il rito e la morte tra passato e presente, Agrigento, 2013.
Carducci, Giosuè. Poesie. Novara. 2013.
Casamitjana i Vilaseca, Jaume. El testamento en la Barcelona medieval. La separación de la muerte patrimonial, social y espiritual. Pamplona. 2004.
Casini, Tommaso. Scritti danteschi. Città di Castello. 1913.
Castellaccio, Angelo. Sassari medioevale. Sassari, 1992.
Casula, Francesco Cesare. La Sardegna Aragonese, voi. I-II. Sassari, 1990. Voi. I, pp. 77-95.
—. La storia di Sardegna. Pisa. 1992.
—. La storia di Sardegna, voi. I-III, voi II. Roma. 1994.
Di Tucci, Raimondo. L’origine del feudo sardo in rapporto con l’origine del feudo nell ‘Europa Occidentale, Cagliari. 1927.
Espa Enzo, (cord). Meloni, Giuseppe Siniscola nel medioevo, in Siniscola dalle origini ai nostri giorni. Ozieri, 1994, pp. 219-265.
Lopez Nevot, José Antonio. La aportación maritai en la historia del derecho castellano. Publicaciones de la Universidad de Almería, 1998.
Meloni. Giuseppe, et al. La Sardegna nel quadro della politica mediterranea di Pisa, Genova e Aragona, in Storia dei Sardi e della Sardegna, Milano. 1988- 90, voi. II, pp. 49-96.
Mitre Fernandez, Emilio. “La preparación ante la muerte en tomo a 1300”, Acta/ Mediaevalia’, 7-8 (1986-87).
Mondolfo, Ugo Guido. “Gli elementi del feudo in Sardegna prima della conquista aragonese”, Rivista italiana per le scienze giuridiche, XXXII, 1902, pp. 1-52.
Munoz Fernandez, Angela. “Llanto. palabras y gestos. La muerte y el duelo en el mundo medieval hispànico”, Cuadernos de Historia de Espana, 83 (2009), pp. 107-139.
Oggianu, Luigi. “La Baronia di Posada”. Archivio Storico Sardo, XII, 1916-17, pp.1-86.
Oliva. Amia Maria. La successione dinastica femminile nei troni giudicali sardi. Miscellanea di studi medioevali sardo-catalani. Cagliari, 1981, pp. 9-43.
Olla Repetto, Gabriella. Gli ordinamenti pisani per il porto di Cagliari. Breve Portus Kallaretani. Roma 1979.
—. Gli ufficiali regi di Sardegna durante il regno di Alfonso IV. Cagliari, 1969. Ortu. Gian Giacomo. La Sardegna dei Giudici. Nuoro. 2005.
Pavón, Julia y García de la Borbolla, Ángeles. Morir en la Edad Media. La muerte en la Navarra Medieval. Publicaciones de la Universidad de Valencia, 2007.
Petrucci, Sandro. Re in Sardegna e a Pisa Cittadini, Ricerche sui «domini Sardinee» pisani. Bologna, 1988.
Pinna. Raimondo. “Parte Orientale VS parte occidentale: una costante condizione di marginalità nella storia territoriale dell’isola?”. Nrc/zzvzo Storico e Giuridico sardo di Sassari, voi. 10, 2006, pp. 79-100.
Piñol Alabart, Daniel. A les portes de la mori. Religiositat i ritualfunerari al Reus del segle XIV, Reus. 1998.
Poisson, Jean Michel. “Menaces extérieures et mise en défense des zones cótierès de Sardaigne pendant le haunt Moyen Àge”, Castrimi 3, Guerre, fortification et habitat dans le monde méditerranéen au Moyen Age. Colloque organisé par la Casa de Velazquez et / ‘Ecole Franqais de Rome. Madrid - Rome, 1988, pp. 49-58.
Rey Hazas, Antonio. Artes del bien morir. Ars moriendi de la EdadMedia al Siglo de Oro. Madrid, 2003.
Ricci, Giovanni. Il principe e la morte. Bologna, 1998.
Rodrico Estevan, Maria-Luz. Testamentos medievales aragoneses. Ritosy actitu- des ante la muerte (siglo XV). Zaragoza, 2002.
Ronzarli, Mauro, Le tre famiglie dei Visconti nella Pisa dei secoli XI-XIII. Origini e genealogie alla luce di un documento del 1245 relativo al patronato del monastero di S. Zeno. In Un filo rosso. Studi antichi e nuove ricerche sulle orme di Gabriella Rossetti. Pisa. 2007, pp. 45-70.
Sabaté, Flocel. Lo senyor rei és morti Actitud i cerimònies dels municipis catalans baix-medievals davant la mori del monarca. Lérida, 1994.
Sanna, Mauro Giacomo. Innocenzo III e la Sardegna. Cagliari, 2003.
—. La annotassi dei giudici di Torres, in La civiltà giudicale in Sardegna nei secoliXI-XIII. Sassari, 2002, pp. 97-113.
—. Papato e Sardegna durante il pontificato di Onorio III (1216-1227), Rateigli, 2012.
Salavert y Roca, Vicent. Cerdena y la expansión mediterrànea de la Corona de Aragón, voi. I-II. Madrid, 1956.
—. Giovanna di Gallura il suo, matrimonio e la politica sarda di Giacomo II d’A- ragona, in “Archivio Storico Sardo”, XXIV, 1954, pp. 95-120.
Simbula, Pinuccia Franca. Gli Statuti del Porto di Cagliari (secoli X1V-XVI) , Cagliari 2000.
Soddu, Alessandro. I Malaspina e la Sardegna. Cagliari, 2005.
—. “Signoria e feudalesimo nella Sardegna dei secoli XI-XIII: il dibattito storiografico”, Aidu Entos, I (2), 2007, pp. 34-37.
Solmi, Arrigo (Cadeddu, Maria Eugenia [ed]). Solmi Arrigo. Studi storici sulle istituzioni della Sardegna nel Medioevo,. Nuoro, 2001 (l a ed. Cagliari, 1917).
Tamponi, Michele. Nino Visconti di Gallura, Viella, 2010.
Tangheroni, Marco. “Di alcuni ritrovati capitoli della Carta de Logu Cagliaritana: prima notizia”. Archivio Storico Sardo, XXXV, 1986, pp. 35-50.
—. “Il feudalesimo in età aragonese”, Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa, 1,3, 1973, pp. 861-892.
—. “La Sardegna prearagonese: una società senza feudalesimo?”, in Structures féodales et féodalisme dans l’Occident méditerranéen (xe-XIWs.), Collection de l’École Francaisc de Rome, XLIV, Roma, 1980, pp. 523-550.
Tola, Pasquale. Codex Dipìomaticus Sardiniae. T. I-III. Sassari 1984.
Tonelli, Natascia. “Purgatorio Vili 46-139: rincontro con Nino Visconti e Corrado Malaspina”, Tenzone, 3 (2002), pp. 263-281.
Turtas, Raimondo. Storici della Chiesa in Sardegna. Dalle origini al Duemila. Roma, 1999.
Virdis, Alberto. Gli affreschi di Gattelli. Iconografia, stile e committenza di un ciclo pittorico romanico in Sardegna. Cagliari 2006.
Virdis, Maurizio. Il condaghe di Santa Maria di Bonarcado. Nuoro, 2003.
Zedda. Corrado. Le Città della Gallura Medievale, Commercio, società e istituzioni. Cagliari, 2003.
[1] Vada il mio ringraziamento a quanti hanno reso possibile la redazione di quest’articolo, tra cui i colleghi della UB e della UniSS, nonché a Jose, Fernanda Inserra, Ana Céspedes e Nicoletta Canti! per la loro grande disponibilità.
[2] Abbreviature utilizzate: Archivo de la Corona de Aragón (ACA).
[3] Sul rapporto tra l’uomo e la morte e i suoi connotati sociali e spirituali vedi: P. Ariès. L’uomo e la morte dal Medioevo a oggi, Bari, 1989; E. Mitre Fernandez. “La preparación ante la muerte en tomo a \3NV,Acta/Mediaevali a, 7-8 (1986-87), pp. 219-243; J. Aureli, J. Pavón. Ante la muerte. Actitudes, espacios y formas en la España medieval, Orcoyen, 2002; V. Caminneci (ed.). Parce Sepulto, il rito e la morte tra passato e presente, Agrigento 2013; J. Casamitjana y Vilaseca. El testamento en la Barcelona medieval. La separación de la muerte patrimonial, social y espiritual, Pamplona, 2004; A. Munoz Fernandez. “Llanto, palabras y gestos. La muerte y el duelo en el mundo medieval hispánico”, Cuadernos de Historia de España, 83 (2009), pp. 107-139; J. Pavón, A. Garcia de la Borbolla. Morir en la Edad Media. La muerte en la Navarra Medieval, publicaciones de la Universidad de Valencia, 2007; D. Pinol Alabart. A les portes de la mort. Religiositat i ritual funerari al Reus del segle XIV, Reus, 1998; A. Rey Hazas. Artes del bien morir. Ars moriendi de la Edad Media al Siglo de Oro, Madrid, 2003; M.L. Rodrico Estevan. Testamentos medievales aragoneses. Ritos y actitudes ante la muerte (siglo XV), Zaragoza, 2002.
[4] La copia del testamento che presentiamo si trova conservata presso l’ACA (Archivio della Corona d’Aragona), dentro la sezione Papeles por Incorporar, con la seguente collocazione: ACA, Papeles por Incorporar, 7bis, ff. 9r-llr.
[5] N. Tonelli. “Purgatorio Vili 46-139: rincontro con Nino Visconti e Corrado Malaspina”, Tenzone, 3 (2002), pp. 263-281.
[6] Alcune fonti, tra cui lo stesso Dante Alighieri, alternano il nome di battesimo Ugolino con il suo diminutivo, Nino. In questo articolo si è deciso di utilizzarli entrambi.
[7] Iudex sive Rex è la dicitura riportata in molti documenti medievali in latino. Ad oggi gli storici non hanno ancora potuto dare una definizione chiara sull’istituzione giudicale, per cui continua ad esistere un ampio dibattito storiografico che intende chiarire la natura regia di questo potere. L’ostentazione del titolo di rex da parte del giudice di Gallura (così come da parte degli altri dinasti sardi) ha indotto a riflettere sulla consapevolezza della propria autorità e autonomia rispetto a poteri superiori: cfr. F.C. Casula. La storia di Sardegna, Pisa, 1992, pp. 168-170. Secondo Sandro Petrucci, invece, il titolo regio “sembra essere più un’importazione esterna che un’evoluzione interna e in molti casi una conseguenza di politiche imperiali o pontifìcie”: S. Petrucci. Re in Sardegna e a Pisa Cittadini, Ricerche sui «domini Sardinee» pisani, Bologna, 1988, p. 120. Lo stesso discorso è pressoché valido anche per la legittimazione dei giudici chiamati a governare il territorio. E stato, infatti, osservato come le fonti più antiche non riescano a chiarire l’esistenza di un qualche principio elettivo, mentre quelle più recenti (come i testamenti di alcuni giudici) insistono sul principio ereditario come forma di trasmissione del potere: cfr. G.G. Ortu. La Sardegna dei Giudici, Nuoro, 2005, pp. 77-78.
[8] Signore della terza parte del giudicato di Cagliari. Questo regno durante il XIII secolo fu conquistato dai Pisani e smembrato tra le varie famiglie che parteciparono alla conquista, tra cui i Visconti.
[9] Presso il castello di Caprona si svolse una delle battaglie che videro contrapposti in Toscana i guelfi ai ghibellini. La fortezza era stata conquistata ai Pisani nel 1289, dalle forze guelfe capitanate da Nino Visconti, alleato coi Lucchesi, e con l’aiuto dei fiorentini, tra cui c’era anche Dante Alighieri, cfr: M. Tamponi. Nino Visconti di Gallura, Viella, 2010, pp. 330-336.
[10] G. Carducci. Poesie, Novara, 2013. p. 165.
[11] Sulla formazione dei giudicati: vid. A. Boscolo, La Sardegna bizantina e altogiudicale. Sassari, 1978; F. C. Casula. La storia di Sardegna, voi. I-III, voi II. Roma, 1994; G.G. Ortu. La Sardegna dei Giudici, Nuoro, 2005; A. Solmi (M.E. Cadeddu [ed]). Studi storici sulle istituzioni della Sardegna nel Medioevo, Nuoro, 2001.
[12] L’antico giudicato di Gallura, il cui territorio corrisponde alla regione nord-orientale dell’isola, si estendeva in realtà ben oltre gli attuali limiti amministrativi dell’attuale Gallura, comprendendo le attuali Baronie di Posada e Orosei.
[13] Una storiografìa di parte della prima età moderna menziona un certo Manfredi, pisano, signore del giudicato nel 1050, questi diede al regno lo stemma (il gallo) e il nome. Gli sarebbe succeduto Ubaldo, forse suo parente, anch’egli di origini pisane: cfr: E. Cadoni (ed), I.F. Farae, In Sardiniae Chorographiam, ora in Joannis Francisci Farae Opera, Voi. I-III, Sassari, 1992, voi. I, p. 248. Tali notizie sono il frutto di una ricostruzione della storia gallurese dedotta dalla cronachistica pisana, fìnalizzata a legittimare il molo e la giurisdizione esercitati da Pisa e non trovano alcun riscontro nella pur scarna documentazione dell’XI secolo, che attesta quale primo giudice gallurese un certo Costantino, nel 1073: cfr. L.L. Brook. et al. Genealogie medievali di Sardegna. Cagliari-Sassari, 1984, Tav, IV, pp. 80-81. 181-186: M. G. Sanna, La cronotassi dei giudici di Torres, in La civiltà giudicale in Sardegna nei secoli XI-XIII, Sassari, 2002, pp. 97-113.
[14] Cfr. L. Oggianu, “La Baronia di Posada”, Archivio Storico Sardo, XII, 1916-17, pp. 1-86; E. Espa (cord). G. Meloni, Siniscola nel medioevo, in Siniscola dalle origini ai nostri giorni. Ozieri, 1994, pp. 219-265, pp. 231-232;
[15] Cfr. A. Boscolo, La Sardegna bizantina e altogiudicale..., pp. 123-129; F.C. Casula, La storia di Sardegna.... voi II, pp. 520-530; J.M. Poisson, “Menaces extérieures et mise en défense des zones côtierès de Sardaigne pendant le haunt Moyen Âge”, Castrimi 3. Guerre, fortifìcation et habitat dans le monde méditerranéen au Moyen Age. Colloque organisé par la Casa de Velazquez et l’Ecole Francai s de Rome, Madrid - Rome, 1988, pp. 49-58.
[16] Cfr. M. Guidetti (cord), G. Meloni. La Sardegna nel quadro della politica mediterranea di Pisa. Genova e Aragona, in Storia dei Sardi e della Sardegna, voi. I-IV. Milano, 1988-90, voi. II, pp. 49-96.
[17] Cfr. E. Besta. La Sardegna medioevale, voi. I-II, Palermo, 1908-1909, voi. I, pp. 131-132.
[18] Si tratta dell’antica archidiocesi di Torres, in latino Turris Libisonis attuale Porto Torres, trasferita, nel corso del XV secolo, nella città di Sassari.
[19] P. Tola. Codex Diplomaticus Sardiniae, T. I-III, Sassari 1984, T. I, sec XII, doc. XLIX, p. 212; R. Turtas, Storia della Chiesa in Sardegna. Dalle origini al Duemila, Roma, 1999, p. 247-249.
[20] P. Tola. Codex..., 1.1, sec. XII; doc. C, pp. 243-244.
[21] Ivi, doc. CI, p. 244. Un altro sigillo, oggi non più reperibile, che presentava nel diritto il volto di Barisone venne ritrovato nel 1828 tra le rovine della chiesa dello Spirito Santo a Posada.
[22] S. Brandanu (cord), M.G. Sanna. La Gallura in epoca medioevale, in Sardegna, cultura e civiltà del popolo gallurese, San Teodoro, 1998, pp. 111-118, p. 113.
[23] I marchesi di Massa durante la seconda metà del XII secolo avevano instaurato numerosi e proficui interessi con il ceto dirigente pisano, allargando la loro giurisdizione sino alla Lunigiana, parte della Corsica e i territori a sud di Pisa. Oberto di Massa aveva probabilmente sposato, verso il 1161, una figlia del giudice Costantino per cui a nome di suo figlio Guglielmo occupò, nel 1187, il filo genovese giudicato di Cagliari con l’aiuto dei Pisani, interessati agli scali commerciali del sud Sardegna. Questa famiglia riuscirono a creare una sorta di signoria il cui potere si estendeva tra le due sponde del Tirreno. Cfr: S. Petrucci. Re in Sardegna..., pp. 13-22.
[24] Idem. pp. 11-29.
[25] M.G. Sanna. Innocenzo III e la Sardegna, Cagliari, 2003, doc. 12, pp. 19-20; doc. 36, pp. 44-45.
[26] Se la sorella di Guglielmo Malaspina aveva sposato il giudice di Cagliari Guglielmo di Massa, un altro esponente di questa famiglia, Corrado Malaspina, aveva preso in moglie Urica, familiare dei giudici di Torres, entrando in possesso di un vasto patrimonio nel nord dell’isola.
[27] A. Soddu. I Malaspina e la Sardegna, Cagliari, 2005, pp. XXI-XXII.
[28] Sulla vicenda del matrimonio di Elena di Gallura cfr. M.G. Sanna. Innocenzo III e la Sardegna..., pp. LX-LXIII.
[29] Cfr. S. Petrucci. Re in Sardegna e a Pisa Cittadini..., pp. 22-41.
[30] Cfr. F. Artizzu. La Sardegna pisana e genovese, Sassari, 1985, pp. 110-126.
[31] S. Petrucci. Re in Sardegna..., pp. 11-12; M. Tamponi. Nino Visconti di Gallura..., pp. 60-65.
[32] M. Tamponi. Nino Visconti di Gallura..., pp. 63-64.
[33] S. Petrucci. Re in Sardegna..., p. 12; M. Tamponi. Nino Visconti di Gallura..., pp. 63,71.
[34] M.G. Sanna. Innocenzo III e la Sardegna..., pp. XLVII-XLIX. Cfr: P. Tola, Codex..., T. I, sec XII. doc. LII, p. 214.
[35] I Visconti avevano costruito, nel 1215, nel giudicato di Cagliari la rocca di Castel di Castro, impassibili di fronte alle proteste dell’allora legittima regnante Benedetta di Massa, figlia ed erede del giudice Guglielmo. Questa azione era arrivata a compimento del progetto di espansione che spinse Lamberto e Ubaldo I Visconti a condurre una battaglia verso il sud dell’isola, con l’intento di impossessarsi del giudicato cagliaritano che era privo di eredi diretti per la morte, nel 1214, di Guglielmo di Massa. S. Petrucci. Re in Sardegna..., pp. 33-39.
[36] Idem. p. 41.
[37] Titolo estraneo alle istituzioni giudicali, che può essere assimilato alla carica indigena di judiche defactu. Cfr. S. Petrucci. Re in Sardegna e a Pisa Cittadini..., p. 41.
[38] Cfr. A. Castellacelo. Sassari medioevale, Sassari, 1992, pp. 189-203.
[39] P. Tola, Codex..., T. I, sec XIII, docc. LVII-LIX, p. 347-349.
[40] Adire il vero, Enzo, giunto in Sardegna negli ultimi mesi di quell’anno, si fregiò dell’altisonante titolo di re di Sardegna concessogli dal padre, ma si trattenne nell’isola meno di un anno; dopo di ché rientrò in Italia come legato generale dell’imperatore, lasciando il governo dei domini sardi ai suoi vicari.
[41] Il testamento venne redatto il 27 gennaio del 1238 nel monastero di S. Pietro di Silki: Cfr. T. Casini. Scritti danteschi, Città di Castello, 1913, doc. VI, pp. 135-136.
[42] Cfr. S. Petrucci, Re in Sardegna e a Pisa Cittadini...., pp. 147-150.
[43] Cfr: R. Pinna. “Parte Orientale VS parte occidentale: una costante condizione di marginalità nella storia territoriale dell’isola?”, Archivio Storico e Giuridico sardo di Sassari, voi. 10, 2006, pp. 79-100, p. 133; C. Zedda. Le Città della Gallura Medievale, Commercio, società e istituzioni, Cagliari, 2003, pp. 289-383.
[44] Anche Ugolino aveva interessi in Sardegna, essendo signore della sesta parte del cagliaritano. Cfr. S. Petrucci, Storia politica e istituzionale della Sardegna medioevale, en Storia dei Sardi e della Sardegna..., pp. 97-156, p. 149; Eadem, Re in Sardegna, a Pisa cittadini..., pp. 111-117.
[45] Nino era figlio di Giovanni e di una figlia del conte Ugolino Donoratico della Gherardesca.
[46] Ereditò infatti la terza parte del Cagliaritano pertinente al giudice di Arborea (1295), e confiscò la sesta parte del Cagliaritano in possesso di Ugolino Della Gherardesca (1296), mentre Bonifacio e Ranieri della Gherardesca rimasero signori della rimanente sesta parte, sempre a titolo vassallatico nei confronti dello stesso Comune di Pisa. Cfr. S. Petrucci, Re in Sardegna, a Pisa cittadini..., pp. 114-117.
[47] L’intera missiva è riportata in: M. Tamponi. Nino Visconti di Gallura..., pp. 415-417.
[48] ACA, Papeles para Incorporar, caja 09, n. 7bis, (s.n.f). Cfr: M.Tamponi, Nino Visconti di Gallura..., pp. 415-418.
[49] M. Tamponi. Nino Visconti di Gallura..., p. 413.
[50] R. Pinna. “Parte Orientale VS parte occidentale..., pp. 88-90.
[51] Per la Gallura pisana i responsabili delle finanze erano i camerarii o camerlenghi, che amministravano le entrate derivanti dal pagamento di imposte, dazi, multe, censi e livelli. Cfr. G. Olla Repetto. Gli ufficiali regi di Sardegna durante il regno di Alfonso IV, Cagliari, 1969, p. 34. Circa le competenze degli ufficiali pisani in Sardegna, vid: G. Olla Repetto. Gli ordinamenti pisani per il porto di Cagliari. Breve Portus Kallaretani, Roma 1979; P.F. Simbula. Gli Statuti del Porto di Cagliari (secoli XIV-XVI), Cagliari 2000; M. Tangheroni. “Di alcuni ritrovati capitoli della Carta de Logu Cagliaritana: prima notizia”, Archivio Storico Sardo, XXXV, 1986, pp. 35-50.
[52] S. Petrucci. Re in Sardegna e a Pisa Cittadini...., p. 140.
[53] Ivi. p. 52. Un altro figlio di Sigerro Pancaldi, Uguccionello, fu fideiussore del giudice Ubaldo di Gallura e Torres.
[54] Il giudice di Torres e Gallura assegnò in feudo la villa di Bitti, pro expensis quas fecerat, ut dicebat, pro dicto iudice et pro servitio quod fecerat dicto iudici... e ...cum omni iure et actione et proprietate et pertinentiis diete ville, tali modo dictus Albertus habeat dictam villam cum omnibus suis pertinentiis usque quo dictus Iohannes fuerit in etate et postea ad voluntatem dicti Iohannis, in T. Casini. Scritti danteschi..., doc. VI, pp. 135-136. Sull’introduzione del feudalesimo in Sardegna e sulle sue problematiche, vedi: R. Di Tucci. L’origine del feudo sardo in rapporto con l’origine del feudo nell’Europa Occidentale, Cagliari, 1927; U. G. Mondolfo. “Gli elementi del feudo in Sardegna prima della conquista aragonese”, Rivista italiana per le scienze giuridiche, XXXII, 1902, pp. 1-52; A. Soddu. “Signoria e feudalesimo nella Sardegna dei secoli XI-XIII: il dibattito storiografico”, Aidu Entos, I (2), 2007, pp. 34-37; M. Tangheroni. “Il feudalesimo in età aragonese”, Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa, I, 3, 1973, pp. 861-892; Eadem. “La Sardegna prearagonese: una società senza feudalesimo?”, in Structures féodales etféodalisme dans l’Occident méditerranéen (xe-XIWs.), Collection de l’École Française de Rome, XLIV, Roma, 1980, pp. 523-550.
[55] Sulle affermazioni di sovranità del papato sulla Sardegna, vid: M.G. Sanna, Innocenzo III e la Sardegna, Cagliari, 2003; Eadem, Papato e Sardegna durante il pontificato di Onorio III (1216- 1227), Raleigh, 2012. A lungo la storiografìa ha interpretato la prima esortazione da parte di Gregorio VII alla fidelitas Sancti Petri come la prima affermazione di alta sovranità feudale della Sede apostolica nei confronti dell’isola. Solo a partire da Alessandro II, la Sede Apostolica cercò di portare avanti un processo di riforma in tutti i campi, giocando un ruolo di primo piano nelle vicende ecclesiastiche e successivamente politiche ed economico-sociali, dell’isola. I pontefici, infatti, a partire dal 1159 con Adriano IV, rivendicheranno la proprietà della Sardegna soprattutto in funzione antimperiale e antipisana, ottenendo, entro il pontificato di Innocenzo III (1198-1216), il riconoscimento dell’alta sovranità pontificia attraverso un apposito giuramento di fedeltà.
[56] Le prime attestazioni su questo castello risalgono al 1164, allorché si verificò uno scontro armato tra Lucchesi e Pisani. E possibile che a quel tempo il castello e le terre circostanti si trovassero sotto la signoria dei Visconti, di cui in seguito, come attestato dal testamento di Ugolino Visconti, conserveranno alcuni territori.
[57] Ronzani Mauro, et al. Le tre famiglie dei Visconti nella Pisa dei secoli XI-XIII. Origini e genealogie alla luce di un documento del 1245 relativo al patronato del monastero di S. Zeno. In Un filo rosso. Studi antichi e nuove ricerche sulle orme di Gabriella Rossetti, Pisa, 2007, pp. 45-70.
[58] Ivi, pp. 52-54.
[59] I conti di Collegarli sostennero con il loro apporto la taglia guelfa di Toscana e quindi le lotte degli ultimi Visconti. Sono ricordati tra i fuoriusciti guelfi, schieratisi con il comune di Lucca, reintegrati nei beni e giurisdizioni di cui erano stati spogliati da Pisa, a seguito del trattato siglato al Fosso Rinonico (1276) dopo la sconfìta del comune dell’Arno. Vedi: Tamponi M. Nino Visconti di Gallura..., pp. 212, 343.
[60] ACA, Papeles para Incorporar, caja 09, n. 7bis, (s.n.f.).
[61] Vid. M. Tamponi. Nino Visconti di Gallura..., p. 413: Die lune XVIIII, die madii decessi iudex Kalurensis in Castro Montis Topori, et sepultus fuit appud ecclesiam fratrum minorum de Sancto Miniate. Nel 1274 Giovanni Visconti, esponente dei guelfi toscani e giudice di Gallura, alleato con fiorentini e lucchesi pose l’assedio a Montopoli conquistandola il 5 novembre dello stesso anno.
[62] Cfr. A. Virdis, Gli affreschi di Galtelli. Iconogrcffia, stile e committenza di un ciclo pittorico romanico in Sardegna, Cagliari 2006.
[63] Cfr. O.P. Alberti. La diocesi di Galtelli, dalla sua soppressione (1495) alla fine del sec. XVI, voi. I-II. Cagliari, 1978., voi. I, p. 31; A. Virdis, Gli affreschi di Galtelli..., pp. 27-30, 35-40.
[64] ACA, Reai Patrimonio, MR, voi. 2106 (Liber Fondachi), f. 37v. Si noti che l’attuale chiesa parrocchiale di Galtellì è menzionata nelle fonti diocesane dei secoli XV-XVI come S. Maria delle Torri.
[65] ACA, Papeles para Incorporar, caja 09, n. 7bis, (s.n.f.).
[66] M.Tamponi. Nino Visconti di Gallura..., pp. 413-415.
[67] Ivi, p. 420.
[68] Come riferisce lo stesso testamento Beatrice d’Este moglie di Ugolino Visconti era figlia del marchese d’Este e signore di Ferrara, Obizzo II. Le ragioni che portarono all’unione di queste due casate furono squisitamente politiche. Gli Este di animo intrinsecamente guelfo si schierarono da sempre con la Chiesa contro gli interessi imperiali. Punto di riferimento dei guelfi emilani condividevano con i Visconti un legame politico molto forte, quali esponenti dello stesso partito in regioni diverse. Cfr: M.Tamponi. Nino Visconti di Gallura..., pp. 450-455.
[69] Il conte Taddeo di Monteorgiale, era legato da vincoli di amicizia e parentela con Giovanna Visconti. Lo ritroviamo dopo il trattato di Rinonico del 1276 affianco ai figli di Giovanni Visconti e agli altri fuoriusciti guelfi. Era anche parente collaterale di Beatrice d’Este madre di Giovanna Visconti. Tutto ciò spiega come Ugolino lo nomini al pari della moglie tutore di sua figlia e come successivamente ne amministri i suoi beni in Sardegna. Cfr: M.Tamponi. Nino Visconti di Gallura..., pp. 477-479.
[70] V. Salavert y Roca. “Giovanna di Gallura, il suo matrimonio e la politica sarda di Giacomo II d’Aragona”, z4rc/?/v/o Storico Sardo, XXIV, 1954, pp. 107-114.
[71] Cfr. A. Solmi. Studi storici..., p. 108; M. Virdis. Il condaghe di Santa Maria di Bonarcado, Nuoro, 2003, p. 228, doc. 173.
[72] Il dato figura nel testamento del giudice Ubaldo I Visconti: T. Casini. Scritti danteschi..., doc. VI, pp. 135-136, dove Galgano è nominato retor et gubernator de regno gallurensi et super regno et super bonis dicti regni prò suprascripto Iohanne usque quo dictus Iohannes fuerit in etate.
[73] A. Boscolo. La Sardegna bizantina e alto-giudicale..., p. 158.
[74] A.M. Oliva, et al. La successione dinastica femminile nei troni giudicali sardi, m Miscellanea di studi medioevali sardo-catalani. Cagliari, 1981, pp. 1-125, pp. 9-43.
[75] V. Salavert Y Roca. Giovanna di Gallura..., pp. 115-120.
[76] Ivi, doc. 21. pp. 22-30; P. Tola. Codex.... T. I,sec XIII, doc. CXXXVIII, pp. 456-460.
[77] V. Salavert y Roca. Cerdena y la expansión mediterrànea de la Corona de Aragón, voi. I-II, Madrid, 1956, voi. II, pp. 284-286.
[78] I documenti in questione sono datati 1305 e indicano Giovanna come giudicessa di Gallura e signora della terza parte del cagliaritano. Cfr. V. Salavert y Roca. Cerdena..., voi. II, doc. 123, p. 160; Eadem. “Giovanna di Gallura il suo, matrimonio e la politica sarda di Giacomo II d’Aragona”, in Archivio Storico Sardo, XXIV, 1954, pp. 95-120.
[79] V. Salavert y Roca. Cerdena, op. cit., II, doc. 123 (1305), p. 160.
[80] Ne sono testimonianza i frequenti riferimenti a espulsioni e confische di beni nel Liber fondachi, che colpirono in particolare i De Assen o D’Assene. Cfr. ACA, Reai Patrimonio, MR. voi. 2106 (Liber Fondachi), f. 29r: Item petium unum terre positum in suprascriptis confinibus in loco dicto Pietra Carratorgia quod olim flit de Assen, mortui, olim exbanniti Regni.
[81] Nel 1308 l’acquisizione dei beni dei Visconti in Gallura e nel Cagliaritano poteva dirsi completato. Il 2 marzo dello stesso anno Vanni Gattarelli ne informò la corte aragonese: C. Zedda. Le Città della Gallura Medievale..., p. 35.
[82] Cfr. F.C. Casula. La Sardegna Aragonese, voi. I-II, Sassari, 1990. Voi. I, pp. 77-95; M.E. Cadeddu. “Giacomo II d’Aragona e la conquista del regno di Sardegna e Corsica”. Medioevo Saggi e Rassegne, 20, 1995, pp. 251-316.
[83] Il testamento nuncupativo si manifesta come una dichiarazione verbale del testatore, in presenza di alcuni testimoni, che viene ridotta in iscritto dal notaio.
[84] Vid. paragrafo: “Affermazione dinastica e rete clientelare in Gallura”.
[85] Per quanto riguarda i connotati politici assunti dai riti di sepoltura e dell’elezione del sepolcro, vedi: S. Bertelli. Il corpo del re: sacralità del potere nell’Europa medievale e moderna, Firenze, 1990; G. Ricci, Il principe e la morte, Bologna, 1998; F. Sabaté, Lo senyor rei és morti Actitud i cerimònies dels municipis catalans baix-medievals davant la mort del monarca. Lérida, 1994.
[86] Si trattava del cosidetto antefatto o cotrodote, formato dai quei doni che il marito presentava alla moglie a matrimonio celebrato, v/J. J.A. Lopez Nevot. La aportación maritai en la historia del derecho castellano. Publicaciones de la Universidad de Almeria, 1998.
[87] In alto al centro.
[88] Segue et domibus que habemus coram nobilibus de domo, cancellato.
[89] Segue mori, cancellato.
[90] Sic.
[91] Segue reliq cancellato.
[92] Segue alium ripetuto.
[93] Segue dis cancellato.
[94] Sic.
[95] Segue et cancellato.