|
Núm. 51 (2024) ■ 85-119 ISSN: 0210-7716 ■ ISSN-e 2253-8291 https://dx.doi.org/10.12795/hid.2024.i51.4 Recibido: 24-09-2023; Aceptado: 25-11-2023; Versión definitiva: 02-07-2024 |
Riccardo Di Giovannandrea
Universidad de Salamanca/Sapienza-Università di Roma
riccardo.digiovananndrea@uniroma1.it | https://orcid.org/0000-0001-6319-1084
Resumen: Los Orsini de Monterotondo, divididos desde el siglo XV en las dos ramas de Giacomo y Lorenzo, a fines del siglo XVI enfrentaron eventos complejos para la atribución de antiguos derechos feudales. Últimos de la rama de Lorenzo fueron los herederos de Giordano, el cual, en primeras nupcias, se casó con Emilia Cesi, de quien tuvo a Ludovico y Valerio, el segundo matrimonio con Lucrezia dell’Anguillara, hija de Maddalena Strozzi, le dio Raimondo y Pulcheria. Resultó inevitable solucionar la coincidencia de pretensiones sobre los derechos sucesorios y encontrar acuerdos. No faltaron implicaciones trágicas y muertes prematuras que llevaron al final de esa rama con Valerio. En esos acontecimientos se puede leer el sufrimiento de un mundo en crisis y en rápido cambio, que llegaba a una nueva definición de equilibrio de poder.
Palabras clave: Orsini; Strozzi; Anguillara; Giordano Orsini; Monterotondo.
Abstract: The Orsini of Monterotondo, divided since the fifteenth century into the two lines of Giacomo and Lorenzo, at the end of the sixteenth century faced complex events for the attribution of ancient feudal rights. The last of Lorenzo’s branch were the heirs of Giordano, who first married Emilia Cesi, from whom he had Ludovico and Valerio, the second marriage with Lucrezia dell’Anguillara, daughter of Maddalena Strozzi, gave him Raimondo and Pulcheria. It was inevitable to resolve the coincidence of claims on inheritance rights and find agreements. There was no shortage of tragic implications and untimely deaths that led to the end of that line with Valerio. In those events one can read the suffering of a world in crisis and in rapid change that was reaching a new definition of balance of power.
Keywords: Orsini; Strozzi; Anguillara; Giordano Orsini; Monterotondo.
Nel 2015, subito dopo la pubblicazione del volume sul Palazzo di Monterotondo[1], iniziava una ricerca mossa dall’interrogativo riguardante la dispersione delle carte degli Orsini di quella linea sabina[2]. Elisabetta Mori, nel suo lavoro introduttivo all’Archivio Orsini conservato presso l’Archivio Storico Capitolino, ha evidenziato subito il problema legato alla stirpe eretina della famiglia: la mancanza di documenti di questo ramo è il motivo che rende oscura e controversa la sua genealogia[3]. Al fine di dare una risposta a quella domanda, si sono cercate e raggruppate quante più tracce possibili riguardanti gli Orsini di Monterotondo, tramite il massiccio spoglio di numerose fonti archivistiche. Nel tentativo di far fronte a questa mancanza, ai fini non solo del dibattito archivistico, ma anche della ricostruzione storica, la metodologia applicata nella ricerca, per il periodo interessato ovvero i secoli XIII-XVII, ha previsto lo spoglio sistematico dapprima di tutti i protocolli dell’Archivio Notarile di Monterotondo, per poi passare ai notai romani ed agli Archivi Notarili di Collevecchio, Stimigliano e Palombara Sabina, con indagini mirate anche negli archivi delle famiglie Barberini, Medici e Orsini di Bracciano e Gravina. La lettura di più di 3000 istrumenti notarili, registrati e regestati cronologicamente, ha permesso di disporre sul tavolo numerosi pezzi di un puzzle che un fine lavoro d’incastro sta cercando di rendere leggibile nella sua complessità[4].
Dopo otto anni d’indagine, il quesito iniziale, al quale sono state date più risposte, ha portato a notare che il condizionamento degli studi storici, derivato dalla mancanza di testimonianze dirette e organicamente sistemate lasciate dagli esponenti di quella famiglia eretina, li ha relegati erroneamente in un cono d’ombra, mentre meriterebbero la giusta luce in quanto rappresentanti di uno dei più antichi e principali rami nei quali è andata articolandosi la lunga storia, ancora oggi in divenire, degli Orsini[5].
Tra tutti i personaggi, che la documentazione ha restituito in un eterogeneo divenire storico, risaltano, nella seconda metà del XVI secolo, gli ultimi esponenti del ramo della famiglia di Monterotondo (fig. 1) originato nel XV secolo da Lorenzo Orsini, tutti in qualche modo legati all’attività militare sia al servizio di Venezia sia della Francia[6]. L’altro ramo, quello del fratello Giacomo, fu più longevo, arrivando fino al XVII secolo, e, forse non sarà inutile ricordarlo, ebbe tra i suoi esponenti Clarice, moglie di Lorenzo de’ Medici e madre di Giovanni ovvero papa Leone X, e suo nipote Franciotto, divenuto cardinale nel 1513. A partire dunque da quei Lorenzo e Giacomo, figli di Orso di Rinaldo di Buccio, dominus castri Montis Rotundi, la ricerca ha permesso di ricostruire un quadro abbastanza complesso che, a dispetto di quanto si era sempre detto, colloca gli Orsini di Monterotondo tra i principali attori della scena politica e militare del XVI secolo, pur nell’inevitabile declino, al quale, come si vedrà, le circostanze stavano condannando la famiglia.

Figura 1. Carta topografica con indicati i castra di Monterotondo, Collevecchio e Bracciano.
Sarebbe complesso e fuori contesto spiegare in questa sede la genealogia e le vicende dei singoli personaggi, ma basteranno alcune riflessioni generali per inquadrare la problematica scaturita, per il ramo di Lorenzo, dalle vicende successorie dell’eredità di Giacomo Orsini.
Gli atti notarili, l’ossatura di questo breve studio, fissano i personaggi nel loro agire giuridico, conseguenza o causa di molteplici implicazioni private e pubbliche, civili e politiche. Del resto, non potrebbe essere altrimenti nell’ambito di un Antico Regime in cui i baroni avevano ancora un ruolo fondamentale, che si riverberava inevitabilmente nella produzione notarile. Essa, quindi, finisce con l’essere una fonte privilegiata di studio del cambiamento dei meccanismi che regolavano l’esercizio del potere feudale ancora in Età Moderna. Il dipanarsi delle molteplici prerogative giurisdizionali che queste famiglie nobili avevano nei confronti dei loro domini, includendo i beni mobili e quelli immobili, come pure animali e persone, finisce con l’intrecciare inevitabilmente il diritto privato dei singoli, le loro vicende umane e familiari, con il loro ruolo di giusdicenti e di amministratori di grandi patrimoni. Una trama in cui è assai difficile poter rintracciare delle demarcazioni nette tra le varie sfere, in quanto esse si compenetrano e s’implicano a vicenda. Un esempio estratto dalla prassi è quello del laudemio dovuto al signore nel riconoscimento del suo dominio, tanto nei passaggi enfiteutici, quanto nelle compravendite di beni immobili, che a Monterotondo si sostanziava in una coppia di piccioni offerta ai rappresentanti dei condomini Orsini. Si trattava di sancire con un gesto simbolico la reale detenzione della titolarità del diritto feudale, prassi ben attestata ancora per tutto il XVI secolo, facente parte dell’aspetto “pubblico” della loro presenza giuridica, nella quale avevano un peso rilevante i diritti dei singoli domini e delle loro famiglie, derivanti anche da nascite, matrimoni, morti o meri interessi economici[7].
È ormai da tempo assimilato il fatto che la feudalità abbia subito mutamenti e adattamenti, che forse in certi ambiti territoriali ne cambiarono totalmente la natura, ma permisero la sopravvivenza di un sistema che, soprattutto nello Stato Pontificio, s’inquadrava economicamente in un ordinamento agrario il quale, lungi dal mostrare innovazioni, risultava sempre più antiquato, soprattutto nei secoli XVI-XVII, un’epoca di grandi cambiamenti[8]. Questo regime feudale moderno[9] che includeva il Lazio in una vasta area mediterranea di diffusione del fenomeno, sostanziava il suo esistere nella proprietà. In tal senso le vicende descritte in questo contributo vogliono evidenziare la centralità di quei complessi passaggi patrimoniali che finirono col rappresentare essi stessi il feticcio della giurisdizione feudale.
Sarà forse superfluo ribadire che la storiografia da lungo tempo dibatte circa la natura del cosiddetto “feudalesimo moderno”. Chiaramente le categorie descrittive che gli sono proprie provengono, lessicalmente e giuridicamente, da un passato medievale universalmente noto, eppure a fronte di una quasi totale aderenza formale a quelle antiche categorie, si nota una sostanziale evoluzione del fenomeno, che probabilmente vede nella centralità del ruolo del territorio e dei suoi abitanti uno dei fattori principali di continuità[10]. I beni e le persone, ancora nel XVI secolo, restavano i principali attori in questo “teatro feudale” che, sopravvivendo a livelli politici e giuridici che andavano scomparendo o vennero aboliti, riuscì a rimanere attivo, intersecandosi con altri livelli amministrativi, i quali finirono con l’essere dominanti. Si tratta di ciò che già notava Musi, nel suo celebre contributo sul tema, quando asseriva che le variabili più importanti riguardano sia il rapporto tra il nuovo tipo di organizzazione politica, lo stato moderno in formazione, e la feudalità, sia la sociologia del baronaggio, sia la funzione economica da esso svolta[11].
Tuttavia in quest’ambito, che per lo Stato Pontificio non è finora stato studiato con la dovuta attenzione, a parte casi puntuali riguardanti i Colonna o i Borghese, anche Monterotondo, grazie al sostegno delle carte notarili, restituisce una realtà figlia dei secoli passati che però andava scontrandosi con le crescenti prerogative sovrane centrali. La storiografia non è sempre stata d’accordo sul tema e, se da un lato si è voluto vedere la crescita del potere centrale come causa dello svuotamento delle prerogative feudali dei governi baronali dello Stato Pontificio, dall’altro, come si diceva e come si vedrà dettagliatamente nell’analisi dei documenti, le carte mostrano un fattivo esercizio del potere che non si riduceva ad un mero teatro di vanità[12].
È chiaro, però, che si tratta dell’ultimo momento di ampia e sovrana potestà feudale, soprattutto in quei casi, come Monterotondo e le terre che componevano il dominio dei suoi Orsini, in cui ci fu un avvicendamento dei domini con l’inizio del XVII secolo. Da quel momento il controllo dell’autorità centrale, anche attraverso specifici organi collegiali, iniziò ad intaccare l’autonomia di quelle comunità mediate subiectae più vicine a Roma[13].
Il racconto delle vicende degli ultimi esponenti di questo ramo prende le mosse dal loro capostipite, Valerio[14] (fig. 2), da cui il testimone passò al figlio Giordano (fig. 3) ed ai suoi eredi[15]. Chiaramente le fonti archivistiche ne mantengono una traccia principalmente legata alla gestione del vasto patrimonio di famiglia e agli interessi economici da esso derivanti. Ciò consente di seguire i passaggi della cospicua eredità, che è il filo conduttore di questo breve contributo estrapolato dalla ricerca generale. Entrando subito in medias res, non si descriverà il quadro della vita dei singoli personaggi, ma ci si soffermerà solo sui passaggi archivistici in larga parte totalmente inediti.

Figura 2. Ritratto di Valerio Orsini da Sansovino, 1575, f. 83v.

Figura 3. Ritratto di Giordano Orsini da Sansovino, 1575, f. 85v.
Questa storia inizia alla metà del XVI secolo quando, il 4 agosto 1550, a 46 anni moriva a Venezia Valerio Orsini[16], glorioso nipote di quel Lorenzo, zio di Clarice, che nel XV secolo aveva dato origine ad uno dei due rami degli Orsini di Monterotondo. La prima attestazione del figlio Giordano nel territorio del feudo risale al 31 novembre 1553 quando Giulio Orsini, rappresentato dal suo fattore e agente, prese possesso dei ¾ della tenuta “La Colonnella”, confinante con il bosco di Gattaceca e indivisa con Paolo Emilio e Fulvio Orsini, suoi zii paterni, e, appunto, con Giordano e Giovanni Battista Orsini suoi cugini, figli del defunto Valerio[17]. Le proprietà di Giordano a Monterotondo dovevano gravitare intorno alla tenuta di Massa, verso Roma, è lì, infatti, che il 9 marzo 1563, per il tramite del suo agente Flaminio de Glandarellis, acquistò un pezzo di terra seminativo confinante con gli altri suoi beni e con quelli di Troilo e Mario Orsini[18].
Quasi contestuali le testimonianze nell’altro feudo sabino di sua pertinenza ovvero Collevecchio, nel quale, a febbraio del 1555, acquistò alcuni appezzamenti di terra insieme al fratello arcivescovo Giovanni Battista, entrambi succeduti al padre in qualità di domini et perpetui patroni di quel castrum[19], di cui il 10 febbraio 1556 vennero attestati signori[20]. È plausibile credere che la famiglia in quegli anni avesse come riferimento proprio Collevecchio, dove, con atto rogato nell’aula del Palazzo, il 29 maggio 1556 Giovanna Maria Uffreducci, vedova di Valerio nonché madre legittima e naturale dei due fratelli, rinunciando ai suoi diritti dotali, vendette alcune proprietà terriere[21]. Ancora in quel luogo, ma nel giardino dei signori Orsini, l’8 settembre 1562 Scipione Cannetulo alienò, anche a nome del fratello Ulisse, proprio in favore dei due fratelli Orsini alcuni beni terrieri posti nella tenuta di Massa nel territorio di Monterotondo, riprova dello stretto legame tra i due centri[22]. Inoltre, pochi mesi dopo, il 13 dicembre 1562, lo stesso Giordano eresse una cappellania con quattro cappellani dell’Ordine di S. Michele e giuspatronato nella chiesa collegiata di S. Maria di Collevecchio, per la quale definì i criteri di designazione dei canonici[23].
Passando alle sue residenze, i documenti riportano l’attenzione su Monterotondo (fig. 4) dove il 17 giugno 1561, davanti al notaio Giovanni Carosi, Giordano, in qualità di conduttore, e Troilo Orsini, anche a nome del fratello Mario, quali locatori, stipularono un contratto d’affitto che riguardava
la loro tenuta, vignia, selva, boschi, prati, terre arative, pasculi, palazi, iusditione, governo et totale administratione, emolumenti della banca, renditi de mosto, gabella, porto, ponte de bocha de rivo, solli, scorta di magio et generalmente ogni altra cosa che detti signori locatori hanno in Monte Rotondo et suo territorio appresso li soi notissimi confini [24].

Figura 4. Paul Brill, Veduta di Monterotondo, 1582, Stanza con scene di caccia, Palazzo Orsini, Monterotondo.
Il contratto avrebbe avuto una validità di nove anni al costo di 600 scudi annuali. Una specifica venne riservata al Palazzo che ha bisognio de reparatione como dire far fenestre, porte, travi, tecti, solari, scale, repedonare muri et altre cose necessarie. Se Giordano avesse provveduto in tal senso, Troilo e Mario gli avrebbero restituito ¼ delle spese sostenute. Venne prevista anche la possibilità per il conduttore di recuperare alcune cose male alienate o occupate da altri e in tal caso li frutti passati siano delli signori locatori et lo advenire finché durarà l’affitto lo frutto si de dicto signor conduttore, una clausola che dunque favoriva il ritorno di crediti dormienti. In questo caso l’atto venne rogato nell’anticamera esistente nella parte del Palazzo spettante a Troilo e Mario[25].
All’ambito romano rimanda invece un atto del 27 gennaio 1562[26], quando gli stessi Troilo e Mario[27], essendosi impegnati con Carlo Zambeccari[28] per dargli in sposa la sorella Emilia, assegnandole una dote di 6.000 scudi, non avevano però la liquidità per poter onorare l’impegno. In quell’occasione emerse che, quando fu contratto il matrimonio tra Paolo Emilio Orsini, zio di Giordano, e Imperia, figlia di Troilo Orsini signore di Foglia, Girolama di Santa Croce, come madre, tutrice e curatrice della sposa, si era impegnata a trasmettere al futuro genero e ai suoi successori il gubernium et administratio totius Status olim dicti illustrissimi domini Troili. Da quel matrimonio nacquero Troilo, Mario, Emilia e Livia. I due fratelli pensarono così di far ricorso alla terza parte della metà di Foglia, che valeva 4.500 scudi, e alla quarta parte di Monte Giordano per 1.500 ducati, decidendo di vendere entrambe pro minori ipsorum damno et dispendio. Il migliore offerente fu di fat-to proprio il cugino Giordano che offrì i 6.000 scudi necessari. In conseguenza di ciò, il 24 aprile successivo, Emilia, diciannovenne, pro conservatione agnationis suae ac illustrissimae familiae ex qua orta est [29] e per l’amore verso i suoi fratelli, rinnovò in forma solenne la rinuncia all’eredità Orsini fatta a fronte della dote assegnatale, come se quest’ultima, essendo stata estratta dall’ambito del diritto, arrivasse ad acquisire i caratteri di un risarcimento per l’esclusione dall’eredità[30]. L’atto venne sottoscritto di proprio pugno dalla ragazza[31].
Su questo avvenimento è possibile avere una prova incrociata delle fonti, dato che gli effetti giuridici di quell’atto di vendita rogato da un notaio romano si riverberano nell’Archivio Notarile di Collevecchio dove si conserva l’attestazione dell’avvenuta presa di possesso del vicino castrum di Foglia, il 10 febbraio 1562, con i riti soliti della consegna delle chiavi delle porte. L’atto formale faceva seguito alla nomina, avvenuta a Roma il 7 febbraio 1562, con la quale Giordano, domicello romano e cavaliere dell’ordine di S. Michele regis Christiani, aveva designato suo commissario e procuratore Andrea Iugulo di Collevecchio per recarsi a Foglia, munito anche delle lettere di Troilo e Mario[32], che le autorità locali ricevettero in riunione nella chiesa di S. Maria, dove prestarono atto di giuramento al nuovo padrone[33].
Il 1562 fu un anno ricco di eventi per Giordano che il 12 aprile concluse i capitoli matrimoniali che l’avrebbero unito, quasi quarantenne, in seconde nozze[34] con la diciottenne Lucrezia, figlia del fu Flaminio dell’Anguillara. Non si trattava di un’unione fuori dalla rete familiare, infatti all’atto era presente anche Lucrezia Orsini[35], zia di Giordano, nonché madre del detto Flaminio e dunque nonna della giovane sposa, la cui madre, Maddalena Strozzi, era pure presente insieme ad Averso, lo zio paterno. Venne stabilito che la dote a favore di Lucrezia sarebbe stata di 20.000 scudi con acconcio di 1.500 scudi e con i paraferni costituiti da 10.000 scudi; altri 1.500 scudi sarebbero stati consegnati dalla Strozzi in vesti, letti e lingerie per uso di detta signora Lucrezia sua figliola. Di rilevante interesse è il fatto che, per garantire l’integrità del patrimonio Orsini e Anguillara, la nonna Lucrezia promise che avrebbe riconosciuto una dote alla fanciulla a patto della rinuncia alle pretese sull’eredità della bisavola Dionora dell’Anguillara di Santa Croce[36]. L’atto formale delle nozze avvenne il 15 aprile nella casa di Maddalena Strozzi in rione Monti[37], a esso seguirono i patti del 21 aprile con i quali Averso, Maddalena, le figlie Lucrezia e Clarice, Lucrezia e Giordano Orsini si accordarono circa l’assegnazione dell’eredità di Flaminio con i conseguenti saldi relativi alla dote stabilita in precedenza[38].
L’attività principale svolta da Giordano era quella militare ed era fortemente legata alla Repubblica di Venezia[39]. In questo quadro va inserita la nomina del 21 maggio 1562 fatta dall’Orsini a favore di Luigi del fu Alessandro Foscarini, nobile veneziano, facendum conductam de ipso illustrissimo domino cum illustrissimo Dominio Venetianum sive illustrissimo et excellentissimo Consilio Decemvirum[40]. L’atto venne concluso nella casa di Giordano in rione Monti[41], un luogo, quello, ovvero la casa ai SS. Apostoli, che doveva essere la sua dimora abituale e dove il 14 luglio 1562, ci si accordò anche in merito ad interessi tra la sua famiglia e quella degli Anguillara. Tutti i presenti convennero sul fatto che Flaminio dell’Anguillara, a suo tempo, aveva comprato da Paolo Emilio, Fulvio e altri eredi del fu Giulio Orsini il castrum di Torrita, nella diocesi di Nepi, per il prezzo di 2.000 scudi prelevati dalla dote di Maddalena sua moglie, con patto di retrovendita. Poiché Paolo Emilio e Fulvio restituirono a Lucrezia Orsini, madre e tutrice di Flaminio e Averso, i detti ducati in moneta, beni e cose, agli Orsini tornò indietro il castrum. La donna dichiarò, pertanto, che la somma sarebbe stata divisa equamente tra i due figli senza nulla a pretendere da parte di Maddalena e delle figlie Lucrezia e Clarice[42].
Anche quel secondo matrimonio di Giordano, però, non era destinato a lunga vita e proprio i suoi affari veneziani lo portarono a Brescia, un luogo che gli fu fatale all’età di appena 39 anni. Il 4 giugno 1565, infatti, Giovanni Battista, nella casa di Maddalena Strozzi a Monti, davanti al Secondo Collaterale, dichiarò che il fratello era morto, senza testamento, il 26 settembre 1564 lasciando i figli di Emilia Cesi, la prima moglie defunta, Valerio e Ludovico, e quelli della seconda, Lucrezia dell’Anguillara, Raimondo e Pulcheria, tutti in età pupillare. Egli si costituì tutore e curatore pro tempore dei nipoti affinché non rimanessero indefensi. La tutela doveva intendersi nei soli confronti dei figli del primo matrimonio, garantita anche dall’intervento di Troilo, che accettò i termini dell’accordo, vivendo ancora la madre degli altri bambini, che, infatti, ne assunse la tutela col consenso dei suoi zii Roberto Strozzi e Averso dell’Anguillara. Si stabilì che le parti erano tenute a redigere l’inventario di tutti i beni di Giordano, fatti salvi i diritti preesistenti[43] sui feudi e sulle doti[44]. Un mese dopo, però, il 4 luglio[45], Lucrezia chiese la restituzione della dote agli eredi del marito e, stante l’assenso di Troilo, lasciò anche la tutela dei propri figli a Giovanni Battista, già curatore, come visto, degli altri eredi[46], il quale si impegnò a designare dei periti per la stima dell’eredità. Poiché Giordano il 21 giugno 1562 aveva cautelato la dote di Lucrezia sopra il castrum di Torrita e sulle tenute di Monterotondo, la redazione dell’inventario avrebbe tutelato gli interessi dei figli coniugandoli con quelli della vedova. Al fine di restituire la dote alla donna venne indicata la consegna della metà di Torrita, insufficiente però a coprire l’importo dovuto, integrandola così con alcune tenute.
Poco prima si erano già manifestati i segni di una rete di difficili equilibri di bilancio che non avrebbero tardato a condizionare fortemente le sorti dell’eredità. Il 24 maggio 1565, in una stanza della residenza romana del cardinal Farnese, dove aveva domicilio Fulvio Orsini, vescovo di Spoleto, si fece un conguaglio di alcuni suoi interessi finanziari. Egli il 28 febbraio 1553[47] aveva donato ai nipoti, il defunto Giordano e Giovanni Battista, tutti i suoi beni riservandosene l’usufrutto. Si trattava, tra gli altri, proprio del castrum di Torrita, con tutti i suoi membri e le sue giurisdizioni, della tenuta vicino al castrum di Monterotondo, nonché della sua porzione del Palazzo di Monte Giordano in Roma. Ad evitandum differentias et pro maiori ipsarum partium commodo venne fatta la stima dei frutti, per cui Torrita venne stimata 180 scudi, la tenuta eretina 350 scudi, mentre la porzione di Monte Giordano fu oggetto dell’atto del notaio AC Giovanni Bargino del 19 febbraio 1565. Lo stesso Fulvio dichiarò che fino a quel momento aveva già ricevuto da Giovanni Battista e dagli eredi di Giordano alcune somme in diverse rate per i frutti di Torrita e della tenuta predetta[48].
Proseguendo il processo di definizione dell’asse ereditario, il 15 ottobre dello stesso anno[49] Lucrezia, in casa della madre Maddalena, designò suoi procuratori legali Lucantonio Busi e Giovanni Zeuterio[50] fiammingo. L’eredità dei figli corrispondeva ovviamente alla metà dei beni del defunto Giordano e comprendeva:
includendo, inoltre, tutti i diritti feudali ad essi relativi (giurisdizioni, vassallaggi di mero e misto imperio e potestas gladii, proventi, redditi e frutti passati, presenti e futuri).
Le carte private di Maddalena Strozzi, che si avviava a diventare una figura centrale nella gestione di tutta l’eredità lasciata dal genero[51], conservano una nota ricapitolativa di tutta la situazione patrimoniale che si riscontrava tra i fratelli Valerio, Ludovico, Raimondo e Pulcheria.
Il quadro delle proprietà immobili presenta l’indiviso con l’arcivescovo Orsini:
Venne compensata per Valerio e Ludovico la somma di 9.000 scudi dovuti per la dote materna con i frutti di alcuni rubbi di terra, analoga somma venne riconosciuta anche a Lucrezia dell’Anguillara. Questi movimenti economici dovevano avvenire sotto la guida dell’arcivescovo Orsini. Risultò inoltre che Giordano aveva accumulato crediti e debiti tanto in Francia quanto in Italia, tra Padova e Venezia, ed anche con Ulisse Orsini.
Purtroppo il 15 giugno 1566 morì anche Giovanni Battista e la tutela dei nipoti minori Valerio e Ludovico, pervenne alla nonna paterna Giovanna Uffreducci, ma poiché la madre Lucrezia, come detto, certis de causis eius animum moventibus aveva deciso se excusare dictamque tutelam dimittere, l’onere tutelare su tutti gli eredi confluì in mano alla donna, che nominò suo procuratore Giovanni Battista Adami di Fermo. Contestualmente, nella casa di abitazione di Maddalena Strozzi e della stessa Lucrezia nel rione Monti, venne stipulata una convenzione tra la vedova, allora minore di 25 anni, e gli eredi del defunto marito in cui si avanzò la richiesta di restituzione della dote ammontante a 12.000 scudi, oltre agli interessi maturati a partire dal decesso di Giordano[52]. Non potendo ricevere tale somma in denaro senza intaccare il capitale degli eredi, venne pattuita una restituzione graduale tramite l’ipoteca posta su tutte le tenute facenti parte dei beni ereditari a Monterotondo, fino alla completa soddisfazione del debito. A Lucrezia venne richiesto l’impegno al mantenimento materiale dei figli Raimondo e Pulcheria, tenendoli presso di sé oppure provvedendo al loro vitto, alloggio e vestimento nonché ai salari dei loro famigli qualora avesse deciso di affidare ad altri la loro cura[53]. Il 22 agosto 1567 Giovanni Battista Adami arrivò ad una transazione con la donna riguardante la restituzione della dote e le cedette il credito di 400 scudi annui derivanti dall’affitto che Claudio Mattei da Camerino aveva di tutte le tenute di Monterotondo incominciando dal primo maggio 1564 e per i successivi nove anni. Lucrezia, assente, fu rappresentata dal suo procuratore Girolamo Villani che protestò ritenendo solo parzialmente soddisfatte le richieste economiche della donna[54].
Avvenne così che, senza un forte riferimento all’interno della famiglia, i singoli individui iniziarono a prendere strade diverse e il patrimonio finì col concentrarsi, carico di debiti, nell’asse ereditario di Giordano, incarnato in quel momento dai figli minori. Allarmato dai movimenti finanziari che si stavano determinando, il 27 giugno 1566 Giulio Orsini, figlio del fu Mario, avendo memoria della convenzione del 22 giugno 1551[55] riguardo la divisione dei castelli e delle tenute o dei casali in comunione tra gli zii paterni, Fulvio e il fu Paolo Emilio, ed i suoi cugini ormai defunti, Giovanni Battista e Giordano, ribadì che colui che avesse ricevuto la quarta parte del castrum di Monterotondo, dato che tutti loro appartenevano ai discendenti di Lorenzo Orsini e quindi erano proprietari pro indiviso della stessa parte del Palazzo e del feudo, non avrebbe potuto alienarla al di fuori di quel gruppo familiare. Essendo però informato che Troilo e Mario, figli del fu Paolo Emilio, erano in trattativa di vendita o permuta con Francesco del fu Ottavio Orsini, precisò che la sua parte non doveva essere compresa più con le altre proprietà eretine poiché exempte et separate a territorio predicto et omni modo dicti castri et illius dominorum iurisditione. Finalmente, fatti salvi i suoi diritti, consentì a Troilo e al fratello la cessione del bene al detto Francesco, liberandoli dal vincolo dell’originario patto. L’atto venne fatto nel palazzo di abitazione di Giulio nel rione Monti[56].
Accadde però, nonostante tutto, che i patti degli antenati vennissero rispettati e il 10 settembre 1566 Troilo, a suo nome e come procuratore del fratello Mario, vendette per 16.000 scudi a Giovanna Maria Uffreducci, in qualità di tutrice dei nipoti, la metà del feudo di Monterotondo. Tale parte spettava ai venditori iunctam pro indiviso cum alia medietate castri predicti di Francesco con tutte le sue pertinenze e diritti mero et mixto imperio supra vassallos, con i possessi una volta spettanti al bisavolo Giulio vita natural durante. Della vendita facevano parte anche i beni che Troilo e Mario avevano ereditato dal padre Paolo Emilio sulla metà del castrum dopo l’intervenuta divisione con altri Orsini[57]. Pochi giorni dopo, il 28 ottobre 1566, Troilo, anche a nome del fratello, fece convocare i massari e gli uomini della comunità di Monterotondo per annunciare che la loro metà del feudo era stata venduta agli eredi di Giordano. Essi erano tenuti a prestare il consueto giuramento di fedeltà e di vassallaggio ai tre giovani acquirenti, assumendosi anche l’obbligo di conservare e custodire il castrum per loro conto. Dal canto suo Fabrizio Lazzari, procuratore dei giovani, promise che i nuovi proprietari avrebbero osservato gli statuti e le consuetudini solite del castrum recepite da Troilo e dai suoi antenati[58].
Le fonti notarili testimoniano che, effettivamente, dopo la morte di Giordano e in seguito alla vendita fatta da Troilo e Mario, il feudo di Monterotondo era gestito a metà tra Francesco e gli eredi di Giordano, come risulta, per esempio, dall’atto di vendita di una casa all’interno di quel castrum, per la quale i diritti feudali vennero equamente divisi[59].
I concentramenti di beni non riguardarono solo Monterotondo, ma anche Roma. Il 24 dicembre 1567 Giulio vendette a Valerio, Raimondo e Ludovico, rappresentati da Battista Adami, la quarta parte del Palazzo di Monte Giordano in quel momento utilizzata dal cardinale di Ferrara Ippolito d’Este. Tale parte gli proveniva dall’eredità indivisa con i tre acquirenti. La proprietà aveva da un lato le altre case Orsini ovvero il Palazzo dei fratelli Francesco e Arrigo (fig. 5) e i beni dei fratelli Paolo e Giovanni, mentre dagli altri lati confinava con la via pubblica. La vendita comprendeva anche il giuspatronato sulla chiesa dei SS. Simone e Giuda e tutte le proprietà che Giulio possedeva nel territorio di Monterotondo, includendo domibus, fontanis, nemoribus e tutti i diritti propri del-
l’ambito feudale. Il prezzo totale venne fissato in 2.200 scudi, di cui solo 800[60] vennero messi nelle mani di Giulio da Battista Adami che si impegnò a saldare il dovuto nel mese di agosto successivo. L’atto venne rogato nella casa di Giulio nel rione Monti[61].

Figura 5. Giardino di Franciotto Orsini, Monte Giordano, Roma.
Come visto fin qui, le donne giocarono un ruolo fondamentale in questa vicenda, sia rinunciando ai loro doveri primari, come nel caso di Lucrezia dell’Anguillara nei confronti dei figli, sia assumendo su di sé la cura degli interessi dei minorenni e la gestione del loro patrimonio, come nel caso di Giovanna Maria Uffreducci, nonna paterna degli eredi[62]. Gli sviluppi della loro tutela ebbero però ulteriori passaggi e, in seguito alla morte della donna, il 14 marzo 1571 fu Maddalena Strozzi, nonna materna di Raimondo, di sei anni, e Pulcheria, di sette anni, ad assumere su di sé la loro tutela. Finalmente il 21 marzo 1571 venne redatto l’inventario dei beni degli eredi[63]. Esso si riferisce a proprietà in parte site nel distretto di Roma e in parte nella città di Fermo e nella Marca Anconitana indicando le quote spettanti ai fratelli secondo gli Statuti Romani. A Fermo possedevano un palazzo dove si trovavano alcuni oggetti analiticamente descritti, tra cui anche beni di valore quali 585 perle, lettere e scritture, gioielli, avorio, corniola, biancheria di vario tipo, una carta da navigare [64], libri, uno specchio grande de acciaio [65] e alcuni quadri a soggetto sacro. Seguono le proprietà agricole a Monte San Giorgio, Falerone, Monte Vidon Corrado, Petriolo, Torre San Patrizio, Sant’Elpidio, Monterano, Grottammare, Fermo e i grani di varie località marchigiane. Alcuni beni come un bacile e un boccale d’argento vennero indicati come appartenenti un tempo ad Emilia Cesi[66]. Si passò poi ad elencare le proprietà in Sabina[67]:
Si aggiunga uno appartamento del Palazzo di Monte Giordano in Roma cioè sopra il portone dinanti à man manca al entrare confina con la parte del signor Paolo Giordano, signor Francesco et altri signori Orsini con la strada et altri suoi confini, ci habita il cardinal de Ferrara.
Segue l’inventario dettagliato dei beni esistenti nel Palazzo di Collevecchio fatto il 24 dicembre 1570 per ordine di Lucrezia Anguillara. Anche lì era presente qualche elemento d’arredo una volta di proprietà di Emilia Cesi, mobili e un centinaio di libri.
Il 27 aprile 1571 la stessa Maddalena Strozzi dichiarò al Secondo Collaterale del Campidoglio i nomi dei due procuratori per la gestione degli affari riguardanti i beni dei suoi nipoti: Giovanni Battista Roncioni di Prato e Girolamo Adami di Fermo, non presenti[68].
Sempre in conseguenza della scomparsa di Giovanna Maria Uffreducci, il 4 maggio 1571 Isabella Liviani[69], vedova di Gian Giacomo Cesi e ava materna di Valerio, quindicenne, e di Ludovico, tredicenne, entrambi figli di Emilia Cesi e di Giordano Orsini, ne prese la tutela tramite decreto del Secondo Collaterale che si recò nella sua casa in rione Borgo[70].
Un anno dopo furono ancora le questioni dotali a valersi sull’eredità di Giordano che richiesero un ulteriore intervento. Il 29 marzo 1572, infatti, le due nonne tutrici degli eredi, pro bono pacis, stipularono un compromesso che stabilì quale dovesse essere il tasso percentuale di prelievo dei frutti della dote da restituire alla famiglia di Emilia Cesi, mentre la restituzione da parte di Raimondo e Pulcheria dei frutti della dote della madre Lucrezia era già stata stabilita, ma, a causa dei debiti da cui era gravato il patrimonio di Giordano, essa avrebbe potuto non essere soddisfatta. In sostanza erano i beni in Monterotondo che avrebbero dovuto fornire 600 scudi per i frutti della dote di Lucrezia e altrettanti per la dote di Emilia. Il problema restava sempre quello della reale disponibilità delle somme e, poiché nell’eredità di Raimondo non c’era denaro a sufficienza per onorare tali impegni, venne posto a garanzia il castello di Collevecchio. Il sopravanzo del-le entrate di Monterotondo, insieme all’affitto di Collevecchio e Torrita, doveva essere assegnato a Battista Adami per i frutti dei censi. Si venne dunque alle tutele economiche di Pulcheria, la quale doveva percepire sia gli arretrati che gli alimenti presenti e futuri di scudi 10 al mese, fino al compimento del decimo anno, che era da intendersi per gli alimenti, calzar e et vestire et servitù ma non però per cose straordinarie coma saria dire infirmità. A tutto ciò andavano aggiunti ulteriori frutti da pagare in vari affari in essere e le spese per l’acquisto della tenuta di Massa e per i beni di Troilo e Mario. Il compromesso venne scritto e sottoscritto dalle parti in Borgo S. Pietro, nel palazzo di Paolo Emilio Cesi, marchese di Riano[71].
Appare chiaro che, a fronte di una reale e sostanziale necessità di denaro contante, i soli titoli di proprietà, emblema delle antiche prerogative feudali, del prestigio e del potere sopra i quali quelle famiglie e in particolar modo gli Orsini si erano sostanziati, non riuscivano a far fronte ai bisogni, pur nella possibilità effettiva del godimento reale del bene. Tant’è che il 24 aprile 1572[72], nonostante il precedente compromesso, e ancora il 15 maggio successivo[73] Isabella Liviani e Maddalena Strozzi chiesero a Marcantonio Borghese di stabilire ex iudicio come dovessero essere sanate le differenze ancora esistenti tra gli eredi senza chiamare o citare alcuna delle parti etiam nell’atto de sententia.
Sembra che non mancassero ulteriori complicazioni a rendere sempre più difficile gestire quella comunione patrimoniale. Qualche mese dopo, infatti, Valerio e Ludovico, con una lettera spedita da Acquasparta il 7 luglio 1572, scrissero preoccupati a Maddalena Strozzi dopo aver appreso la notizia dell’incendio verificatosi nella casa di Battista Adami[74], figura chiave nella gestione del patrimonio del defunto padre Giordano. Non conoscendo bene quale danno fosse occorso alle cose e alle scritture che vi si trovavano, i fratelli inviarono un loro emissario, Giovanni Vincenzi, affinché si rendesse conto di quanto successo e ne desse minuto ragguaglio portando da noi commissione di fare di dette scritture un nuovo inventario et oltre a ciò parendo a vostra signoria illustrissima così ben fatto si serrino dentro una cassetta di due chiavi delle quali ne resti una appresso di Lei et l’altra venghi in nostra mano, et si mandi poi a Collevecchio, parendoci così modo da conservarli con miglior custodia che non si è fatto per il passato[75].
È chiaro che i problemi economici nella gestione di quell’eredità che abbracciava più fronti non erano destinati ad una risoluzione, men che meno rapida, e ben presto fu necessario tornare ad occuparsi anche dei beni nell’Urbe, che potevano essere una fonte non indifferente di reddito, quanto mai utile in quelle circostanze. Il 13 aprile 1573[76] davanti al giudice palatino Battista Volta, Isabella Liviani[77], Maddalena Strozzi, il vescovo Fulvio Orsini e Mario Orsini asserirono che i fratelli Valerio, Paolo Emilio e Fulvio, unitamente con il loro nipote defunto Giulio domini et patroni Palatii siti in Urbe et loco nuncupato Monte Giordano il 7 marzo 1549 avevano venduto quell’immobile con le sue pertinenze, vita natural durante, al fu cardinale di Ferrara Ippolito d’Este per prezzo di scudi 4.000, prevedendo però che alla sua morte lo stabile sarebbe ritornato agli eredi Orsini con tutte le migliorie apportate dallo stesso cardinale. Ben pochi erano gli aventi diritto sopravvissuti o succeduti a quei primitivi venditori e, di fatto, in quel momento restavano unici proprietari solo Valerio, Ludovico e Raimondo[78]. Il cardinale di Ferrara morì il 2 dicembre 1572 e il palazzo sarebbe dovuto tornare ai tre fratelli, ma, dati i debiti gravanti sull’eredità del padre, le due nonne ritennero che il palazzo, cum sit amplium et magnum aliter non expedit, poteva essere affittato ovvero ad vitam vendere fino all’estinzione dei suddetti debiti. Così il nipote ed erede del defunto Ippolito, Luigi d’Este, cardinale diacono di Santa Lucia in silice, poté pro sua propria habitatione et usu retinere il palazzo al prezzo di 6.633 scudi, vita natural durante[79]. Poiché si trattava di vari appartamenti e residenze che costituivano un unico oggetto di vendita si stabilì che, alla morte di Luigi, quelle porte e quei passaggi eventualmente aperti, per una più agevole comunicazione tra gli spazi, venissero richiusi con la restituzione in pristino dei vari ambienti. L’atto venne rogato nel palazzo del cardinale Farnese. Pochi giorni dopo furono dunque le due donne a ricevere, per conto dei nipoti, i pagamenti di quella vendita[80].
Divenuti quasi adulti i figli più grandi di Giordano iniziarono a prendere in mano personalmente le complesse questioni economiche che li riguardavano. Così accadde che il 3 aprile 1575 Valerio, di vent’anni, anche a nome del fratello Ludovico, diciottenne, ratificò tutti gli atti fatti da Fulvio De Angelis, loro procuratore[81]. Con un successivo atto del 16 aprile Ludovico confermò il mandato di procura a favore del detto Fulvio[82]. Poco tempo dopo, il 16 maggio 1575, i due designarono come loro procuratore Cristoforo Orsini dominum temporalem de la Chapelle equitem auratum ordinis Christianissimi principis Franchorum regis, assente. Egli doveva curare gli interessi di qualunque genere sui beni una volta spettanti al loro padre Giordano in territorio francese[83]. Il 9 giugno dello stesso anno, nel palazzo d’abitazione di Virgilio dell’Anguillara, retrostante il Palazzo dei SS. Apostoli in rione Trevi, Maddalena Strozzi ampliò il mandato di procura al detto Cristoforo anche per il nipote undicenne Raimondo[84].
Evidentemente non trovava ancora una definitiva risoluzione la questione del-la dote di Lucrezia dell’Anguillara che, il 10 luglio 1575, ormai moglie di Bernardino Savelli[85], ottenne un mandato esecutivo proprio sopra i beni di Valerio e Ludovico per la restituzione della somma di 2.000 scudi. Da tale cifra andavano scorporati 144 scudi e 47 baiocchi dovuti loro dalla donna per spese processuali[86].
Il 7 ottobre 1575 ci fu un nuovo intervento dell’attivissima Maddalena che, volendo addivenire ad un’amichevole composizione tra gli eredi, chiamò ad arbitro il cardinale Flavio Orsini eorundem omnium communem dominum et protectorem ac illustrissimae Ursinae familiae primarium. In quella sede era inoltre presente Giovanni Battista Adami, in qualità di procuratore di Valerio e Ludovico. L’atto venne fatto nella residenza romana di Virgilio dell’Anguillara in rione Trevi[87]. Il 22 aprile 1577 le stesse parti, in seguito a quell’accordo davanti al cardinale Orsini, vollero effettuare un nuovo compromesso riguardante la somma di 1.060 scudi che Maddalena aveva depositato presso il banco dei Montauti a nome degli eredi. Il cardinale venne chiamato a fare da arbitro dovendo pronunciarsi in merito attraverso una sentenza col patto di non alterare i termini del precedente accordo[88].
Era evidente che la situazione ereditaria, assai complessa, continuava a non garantire il rispetto degli impegni economici assunti nel corso degli anni e così il 16 gennaio 1577, in virtù del mandato della Curia Capitolina del 20 luglio 1576, su istanza di Troilo e Mario, si diede ordine di prelevare dalla casa o da altre proprietà di Ludovico e Valerio beni del valore di scudi 2.340, pari ai 2/3 della quota da loro dovuta per l’acquisto della metà del castrum di Monterotondo. In alternativa al prelievo diretto di denaro si indicò l’opzione di investire in beni stabili equivalenti alla detta somma. In conseguenza di ciò, Giovanni Maria Cinotti, maestro di casa e agente di Troilo e Mario, venne investito da Alamanno Cursore della tenuta di Castel di Massa, cum pedica quae dividit tenutam di Violante di Santa Severina esistente fuori Porta Salaria con a lato i beni di detta Violante, ai piedi, verso il fiume la via romana e sugli altri lati i beni di Troilo e Mario, svolgendo i formali riti di presa di possesso. L’atto venne rogato nella medesima tenuta[89]. Per la stessa motivazione il 13 agosto 1577 si costituì davanti al giudice della Curia Capitolina anche Maddalena Strozzi. Troilo e Mario si erano infatti dichiarati creditori del nipote della donna, Raimondo, per il residuo del prezzo della vendita della giurisdizione di Monterotondo. Il giovane non aveva disponibilità per onorare tale richiesta che, col consenso del giudice, venne soddisfatta dalla nonna, la quale restava creditrice lei stessa nei confronti del nipote usque computorum redditione scuta mille ex credito scutorum duorum mille et ultra[90].
Questo nuovo fronte si aggiungeva al capitolo ancora irrisolto della dote di Lucrezia dell’Anguillara che il 18 giugno 1578[91], nel palazzo del nuovo marito in rione Sant’Angelo, era ancora in attesa di ricevere quanto dovutole e, in base agli accordi del suo secondo matrimonio, le sarebbe spettata una dote di 20.000 scudi. Maddalena fece però presente che da quella somma andavano defalcati i 5.280 scudi ricevuti dalla figlia al tempo del primo matrimonio, che dovevano essere richiesti agli eredi del defunto marito.
Aldilà della fattiva indisponibilità della somma contante, il problema restava sempre lo scioglimento della comunione dei beni e l’individuazione delle quote spettanti ai singoli, un procedimento divisorio del patrimonio che da sempre era evitato dalla nobiltà feudale. Eppure il 24 aprile 1579 si fece ricorso ancora una volta all’intervento del cardinale Flavio Orsini nominato da Valerio come suo procuratore, con il consenso del vescovo Fulvio e di Leone Strozzi. Contestualmente Cristoforo Savelli, suocero di Ludovico, intervenne all’atto in qualità di procuratore del genero, mentre Venulo Morini di Fermo era presente a curare gli interessi dello stesso Valerio. Si trattò ancora una volta di cercare d’individuare i beni indivisi inclusi nell’eredità. Nell’accordo vennero indicate tre parti in quanto non si scorporava la dote spettante a Pulcheria, che restava da dividere comunemente tra i tre fratelli, creando quindi un ulteriore livello d’intreccio economico.
Raimondo prese:
Ludovico e Valerio presero:
L’accordo prevedeva però il mantenimento della comunione della proprietà del Palazzo di Monte Giordano nonché degli altri debiti e dei crediti provenienti dall’eredità paterna. Tra l’altro i beni marchigiani dell’eredità di Giovanna Maria Uffreducci, per espressa clausola testamentaria, non dovevano essere alienati ed è alla luce di questo che Raimondo, probabilmente in cerca di liquidità e non di ulteriori fastidi provenienti dalla gestione in comune dei beni, vi rinunciò. Vennero fissati però specifici impegni tra le parti circa le alienazioni e la gestione dei censi, per cui ogni gravame doveva essere estinto entro sei anni a partire da quella divisione. L’atto venne stipulato nel palazzo di Flavio Orsini e il testo integrale dell’accordo, in lingua volgare, venne inserito in calce al documento del notaio[92].
I fatti sanguinosi che decretarono la fine della linea di Lorenzo Orsini iniziarono a far sentire i loro effetti il 28 aprile 1583 quando Raimondo, trovandosi a letto a seguito dello scontro a fuoco avuto con il bargello nei pressi del Palazzo degli Orsini signori di Monterotondo a piazza di Sciarra[93], dettò le sue ultime volontà. Lo scontro fu furioso e lasciò sul terreno altri due feriti mortalmente: Silla Savelli e Ottavio de Rustici, i cui elenchi dei beni[94] sono inseriti nello stesso fascicolo in cui è presente l’inventario dei beni dell’Orsini[95]. Risulta da questa documentazione che il giovane risiedesse normalmente a Monte Savello mentre la sua quota dell’appartamento di Monte Giordano era data in affitto al cardinale d’Este. Aveva inoltre beni personali a Monterotondo, ma da quell’inventario[96] il Palazzo non appariva particolarmente vissuto per la parte interessata dalla sua proprietà, la descrizione venne infatti affidata a pochi elementi del mobilio: materassi, letti, sedie, tavoli. Diversamente il Palazzo di Monte Savello presentava corami e altri più ricchi elementi d’arredo oltre al guardaroba personale caratterizzato da un vestiario piuttosto ricco; tuttavia, non era presente una libreria e venne registrato solo qualche piccolo quadro. Il testatore, che dovrebbe aver avuto circa diciotto anni, svincolò la nonna da qualunque gravame giuridico le fosse pervenuto in qualità di amministratrice dei suoi beni, le lasciò infatti 500 scudi al fine di pagare eventuali debiti. Eredi vennero istituiti i fratellastri Valerio e Ludovico con la loro discendenza e in difetto di quella sarebbero subentrati i parenti più vicini al testatore. Esecutrice testamentaria venne designata la madre Lucrezia. L’atto venne rogato nell’abitazione dove normalmente risiedevano Valerio e Ludovico nel rione Pigna in platea Senarum[97].
Fu così che, morto il giovane, il 2 maggio 1583 Valerio in qualità di erede nominò come suo procuratore Marco Agrippa di Collevecchio per prendere realem, actualem et corporalem possessionem omnium et singulorum bonorum mobilium et immobilium et semoventium iuriumque et actionum della metà di Monterotondo, compresa la giurisdizione del feudo e di ogni altro bene incluso nell’eredità. L’atto venne sottoscritto nell’abitazione di Valerio in rione Sant’Eustachio. Egli agiva anche come procuratore del fratello Ludovico e di suo figlio Giordano nonché di ogni altro eventuale erede maschio nascituro del detto Ludovico e in tale senso estese la procura a favore di Agrippa[98], secondo quanto previsto nell’atto del primo maggio 1583[99]. Marco Agrippa si recò dunque a Monterotondo due giorni dopo per effettuarne la presa di possesso. Lo accolse l’adunanza dei massari, dei consiglieri e degli uomini della Comunità secondo la chiamata generale di Sebastiano Fiorentino, portinaio del castrum. La riunione avvenne nell’aula del Palazzo dove, dopo la narrazione dei fatti seguiti alla morte di Raimondo, l’assemblea prese atto che i diritti successori spettavano a quegli eredi. Ebbero luogo, dunque, gli atti formali della presa di possesso con l’intera trascrizione in volgare del giuramento di fedeltà degli abitanti di Monterotondo che dichiararono di obbedire ai soli Orsini, tanto a Francesco e ai suoi eredi per una metà, quanto agli eredi di Raimondo, per l’altra metà. Da parte sua Marco Agrippa si impegnò a observare eorum statuta, stila, consuetudines et omnia eorum iura et omnia alia et singula ad quia predecessores dicti castri obligantur et obligati erunt. Avvenne l’immissione nel possesso con la consegna delle chiavi delle porte del castrum, la loro apertura e chiusura e il camminare per le strade; lo stesso fece nel Palazzo al fine di entrarne nell’actualem, realem et corporalem possessionem. Il medesimo giorno prese possesso anche delle tenute di Massa, di 225 rubbi, e Ciampiglia, di 219 rubbi, di cui dettagliò i confini[100].
Pochi giorni dopo, il 9 maggio, Valerio per sé, per il fratello Ludovico e per suo nipote Giordano costituì suo procuratore Vanulus Moricum di Roma per redigere l’inventario dei beni del defunto Raimondo[101]. Ma anche Ludovico non ebbe migliore sorte. In seguito ai noti fatti di cui era stata protagonista e vittima Vittoria Accoramboni, la morte lo raggiunse a Padova il 27 dicembre 1585[102] così Valerio rimase l’unico erede del patrimonio del padre Giordano che, come visto, aveva raggruppato tutte le proprietà del ramo di Lorenzo ovvero la metà precisa dei beni degli Orsini di Monterotondo.
Le note problematiche relative al delicato bilancio tra entrate e uscite dettavano la necessaria urgenza di reperire quanti più crediti pendenti possibili. Valerio, avvertendo l’incombenza di quella delicata gestione, già il 4 dicembre 1584, insieme ad altri, fece istanza a Giovanni Arrigoni, secondo Collaterale della Curia del Campidoglio, affinché emettesse un mandato contro Camillo Benimbene per requisire beni del valore di 100 scudi d’oro in una sua casa in rione Sant’Eustachio con i suoi noti confini. Nel caso in cui non fosse stata rinvenuta tale somma, lo stesso Camillo sarebbe stato incarcerato e rilasciato solo quando avesse provveduto al pagamento. Il mandato ebbe validità sull’intero immobile di cui, il procuratore degli attori, Ortensio Alessi, fece tutte le cerimonie per la presa di possesso[103].
Un atto del 19 novembre 1585, stilato nel suo Palazzo eretino[104], vide Valerio presente a Monterotondo[105], del cui territorio, il 16 ottobre 1589, egli mise a frutto alcuni terreni tramite l’affitto a Bartolomeo Petrucci, suo agente. Non si trattava solo del loro possesso, ma anche della cessione dei diritti baronali gravanti su tali beni come il passo delle carrozze e dei cavalli, il trasporto di pietra e di scaglia fino al Tevere, i grani e le erbe. Nel dettaglio erano il terreno fuora la porta di sopra de Monteritondo presso la Madonna dell’Oreto e reservato canneto ibidem existenti supra funtanellam pro usu vinee, Monte Caribene, un pezo di terra a Vallericca presso lo prato delli eredi de messer Antonio Zameoni et alios finem; et item un altro pezo di terra posto al Scopio presso li beni de Giovanni Domenico Frosia e il canneto de Santa Maria. Tali beni vennero sublocati da Petrucci a Marco Antonio Vannetti di Montorio, notaio pubblico. Il pagamento avvenne in natura tramite la fornitura di rubbi di grano[106].
Nella complessa gestione di Monterotondo intervenne anche un fatto verificatosi quasi alla fine del secolo, quando ci fu un aspro contrasto tra Franciotto Orsini, unico erede di Arrigo, ed Emilia Orsini dell’Anguillara, sorella di Troilo e Mario e tutrice dell’unico erede di quest’ultimo ovvero Paolo Emilio, tutti vivevano nel medesimo Palazzo eretino, ciascuno nella propria pertinenza. Gli esponenti delle due linee di Monterotondo si contrastavano negli anni finali del XVI secolo esprimendo ciascuno un proprio attivismo rispetto alla gestione economica e all’amministrazione della giustizia tanto da giungere ad attriti anche dirompenti con presunzioni di malvagità fino alla possibilità di commettere un omicidio.
Il 26 ottobre 1595 davanti al podestà di Monterotondo, Paolo Cappellini riferì di essere stato fermato e portato in prigione nella Corte Baronale per essere poi condotto nel Palazzo di Emilia dove stetti carcerato a ferri vinti giorni e un giorno e doi notti con le mano ligate dietro et fui examinato tre volte da un certo che ho inteso che si domanda messer Pier Giorgio Rendina da Monteflavio. Nel precedente interrogatorio era stato sottoposto a domande pressanti che gli rivelarono la reale causa della detenzione ovvero che doveva confessare il mandante dell’archibugiata che gli accusatori supponevano si volesse esplodere contro Emilia e che sarebbe stato liberato solo a seguito della confessione alla quale era indotto. La loro convinzione era infatti che dietro il presunto disegno si celasse Franciotto che tramava contro Emilia. Venne messo avanti anche l’antefatto che quando mons. Valerio lo voleva imprigionare, l’uomo era stato favorito da Franciotto che lo aveva protetto nella sua parte del Palazzo per ottenere in contraccambio l’esecuzione dell’archibugiata ai danni di Emilia. L’accusato invece resistette, dichiarando fermamente che era stato sempre contrario a simili azioni e che nessuno lo aveva mai spinto a ciò e che non volesse credere alle parole della sig.ra Emilia ma che se volesse informare della verità in quanto egli non aveva compiuto alcuna azione malvagia. Il giudice lo incalzò facendo riferimento al dono di un vestito ricevuto da Franciotto come prova del suo coinvolgimento nei fatti contestati, l’imputato però si difese dicendo di averlo ricevuto in tempi lontani, durante la vacanza della sede di Sisto V. Il giudice non aveva voluto verbalizzare questa affermazione, con la scusa di annotarla in un altro foglio. Paolo, a questo punto dell’interrogatorio dichiarò senza ambiguità che lo si voleva costringere a confessare che Franciotto lo favoriva e gli dava aiuto contro la signora Emilia. Il fatto che l’imputato non rispondesse secondo le richieste lo espose, purtroppo, al supplizio della corda e ad altri tormenti che non sortirono l’effetto desiderato poiché l’uomo continuava ad affermare che Franciotto non mi consigliò mai a fare una vigliaccaria tale né male nessuno né a detta signora Emilia nemmeno ad altri[107].
A questo punto ci si potrebbe interrogare sul perché, dunque, Franciotto avreb-be dovuto avercela fino a quel punto con Emilia. La rete d’intrecci e il dispiegarsi tutt’altro che lineare dell’asse ereditario di Giordano riserva un ultimo colpo di scena, riportando alla ribalta chi in origine aveva voluto tirarsi fuori. Valerio all’epoca di quell’interrogatorio era già morto[108]. Egli il 18 aprile 1594, pochi giorni prima della morte avvenuta il giorno 25, a 38 anni, aveva scritto il suo testamento[109], nel quale aveva espresso la volontà di essere sepolto a Roma in S. Salvatore in Lauro, se la morte fosse avvenuta in quella città o entro le 100 miglia da lì, oppure nella chiesa parrocchiale di Collevecchio, alla quale lasciava scudi doi cento per elemosina et ad effetto di fabricare la tribuna di detta chiesa, qualora si fosse trovato in quel feudo. Aveva inoltre ordinato che, una volta ultimato il rifacimento della chiesa e convento di S. Salvatore in Lauro, gli eredi avessero curato la costruzione di una cappella con una spesa di 2.000 scudi e con l’obbligo dei frati di dire due messe la settimana in suffragio della sua anima e di quella dei morti sepolti in quella chiesa oltre tre altre messe la settimana nella loro chiesa di Venezia per l’anime di quelli che sono sepolti lì e fatta che sarà detta cappella voglio che li miei heredi siano obligati farci seppellire tutti dentro la detta cappella intendendo però di quelli corpi che saranno sepolti in Roma in detta chiesa, non volendo che quelli corpi che sono sepolti in Venezia si levino et trasportino in Roma ma che restino sepolti dove sono al presente.
Le ricchezze di Valerio dovevano essere cospicue[110] se una delle disposizioni testamentarie recita: Item lascio a Gianino mio servitore tutti li miei argenti che mi ritrovo al presente quali argenti l’ho havuti tutti in pagamento di tanto terreno venduto al signor Federico Cesi mio cognato nella tenuta di Massa territorio di Monte Rotondo si come consta per istrumento rogato sopra di ciò al quale mi referisco et in evento che se li fossero impediti detti argenti in tal caso li lascio scudi seicento di moneta e che inoltre sia sodisfatto di quanto restasse ad havere per causa del suo servito. Inoltre con un codicillo lasciava a Eleonora Orsini Sforza il suo calamaro intarsiato di christallo di montagna con argento dentro con tutti finimenti.
C’era però qualcosa che, come detto, ostacolava una felice convivenza tra i due rami della famiglia di Monterotondo anche in una situazione estrema come quella, che avrebbe decretato l’estinzione di uno di essi. Valerio, infatti, si espresse chiaramente in questi termini: in tutti li miei beni mobili et stabili semoventi raggioni et attioni presenti et future fo instituisco miei heredi universali Paolo Emilio Orsino figliolo della bona memoria del signor Mario Orsino mio zio cugino et Iordano Cesi figliolo secondogenito della signora Pulcheria Orsina Cesi mia sorella et consorte dell’illustrissimo don Federico Cesi. Era però fatto obbligo, prima di ereditare formalmente, che con i frutti dei beni marchigiani e romani detti miei heredi possino estinguere più presto li debiti fatti da me et miei antecessori et tanto più presto sgravare l’anime loro e mia et accio nessun patisca per haver fatto servitio a casa mia et accio non restino pagati in gratitudine. Il capitolo più dolente era proprio quello del ripianamento dei debiti ovvero se Paolo Emilio avesse voluto prendere possesso dell’eredità avrebbe dovuto utilizzare i 16.000 scudi, evidentemente non saldati, che Valerio doveva a suo padre Mario per la vendita di Monterotondo per estingue i debiti e ciò l’habbia a fare in termine d’un anno dopo che havera preso moglie. In caso di non osservazione di queste disposizioni il diritto a succedere sarebbe passato a Giordano Cesi, secondogenito di Pulcheria, seguito poi dal fratello Pier Donato Cesi. Lo stesso asse ereditario veniva stabilito in caso di morte di Paolo Emilio senza figli legittimi e naturali. Tutti però erano gravati dallo stesso obbligo di risanamento dei debiti, conditio sine qua non per accedere all’eredità. Se nessuno degli eredi designati avesse voluto succedere o se fosse intervenuta la loro morte, esaurito così il ramo dei discendenti di Lorenzo Orsini di Monterotondo, piuttosto che attribuire i beni all’altro ramo superstite, quello di Giacomo, rappresentato in quel momento da Arrigo e Franciotto, Valerio preferì far subentrare il secondogenito del cugino duca di Bracciano (fig. 6), sempre alle stesse condizioni. In caso di rinuncia tutti i beni sarebbero stati donati all’Ospedale della SS. Trinità.

Fig. 6 Castello Orsini-Odescalchi, Bracciano.
Di fatto l’eredità arrivò in carico a Paolo Emilio, minorenne, per cui la gestione fu messa nelle mani di quell’Emilia, sua zia paterna che, proprio per questo motivo, secondo il sospetto, Franciotto avrebbe voluto eliminare e che in quegli anni appare molto attiva specialmente nell’ambito della gestione della giustizia secolare fino a delegare suoi fidati giudici per la Corte Baronale di Monterotondo. A quel punto tale era la tensione tra i condomini del feudo che si poteva prospettare, anche in assenza di prove concrete, che potesse giungere improvvisamente una risposta violenta. Un anno dopo quell’interrogatorio, con l’istituzione della Congregazione dei Baroni[111] sotto Clemente VIII, furono emessi mandati contro i beni ereditari di Valerio per cui la Camera Apostolica prese possesso della metà del feudo dal 16 luglio 1596, emanando tre disposizioni fino al 4 novembre, per accertarne la consistenza e l’estensione. Il 4 gennaio 1597 i beni furono assegnati a Paolo Emilio a condizione che soddisfacesse tutti i creditori di Valerio; egli non solo non ottemperò all’ingiunzione ma ebbe l’ardire di dichiararla nulla. A questo punto la Congregazione assegnò quella metà a Franciotto ma Paolo Emilio ricorse in giudizio presso la Rota[112].
Le numerose cause che, dopo più di quattrocento anni, sancirono la fine del dominio Orsini su Monterotondo e sui feudi ad esso connessi trovarono una prima soluzione solo nel momento della vendita del feudo ai Barberini, nel 1625, ma questa storia è stata già raccontata[113].
Le parole, che Bartolomeo Sacchi detto il Platina fece pronunciare a Giovanni Orsini, arcivescovo di Trani, nel suo dialogo De vera nobilitate (1471/1478 circa), chiariscono come doveva intendersi, secondo la sua visione e, probabilmente, dei suoi familiari, la nobiltà[114]. Egli, infatti, era fratello del cardinale Latino, ma soprattutto di Napoleone, zio, come lo stesso Giovanni, di Clarice di Monterotondo, in quanto marito di Francesca Orsini, sorella, di quei Lorenzo e Giacomo le cui discendenze, come detto all’inizio del testo, divisero in due rami la famiglia di Monterotondo[115]. Nobiltà e ricchezza erano due condizioni che marciavano insieme e condussero il Platina a far pronunciare all’arcivescovo quasi un manifesto dello status nel quale si trovavano gli Orsini cum maiorum nostrorum facta commemoravimus, nil nobis merito negari posse arbitramur[116].
La nobiltà, quella di antica origine, come lo era per gli Orsini, basava la sua esistenza su un sistema di valori che, essendo nato in quanto diretta conseguenza del primo feudalesimo ovvero, per l’area sabina, dell’incastellamento, finì con l’assumere, in Età Moderna, i tratti riconoscibili di una vera e propria “sociologia del feudo”[117]. Si trattava di gestire dall’interno alcuni processi che, benché legati ad aspetti sociologici in prima battuta estranei alla giurisdizione ed alla feudalità, dato il processo di evoluzione della stessa, arrivarono quasi a sostanziarla. Fu così che le famiglie baronali si sforzarono di condurre all’identificazione, sul piano fattivo e, di conseguenza, giuridico, del feudo come bene privato, che ne indicasse il rango e il potere. Il primo segno di questa trasformazione, forse il più forte, fu il tentativo di conservazione del patrimonio a fronte di un’inevitabile disgregazione dello stesso dovuta ai passaggi ereditari. L’adozione del maggiorascato e del fidecommesso cercò in parte di arginare il problema, come ben evidenziato da Aurelio Musi, portando però in sé il germe della sua rovina date le minuziose clausole che comportava il vincolare la totalità del patrimonio ad una linea di successione, dovendo, in qualche modo, garantire chi ne fosse rimasto escluso[118]. In quel caso non bastavano solo i titoli di proprietà a soddisfare le aspettative o le necessità degli esclusi. Le pensioni da attribuire, vita natural durante, alle vedove o agli altri aventi diritto, i rimborsi delle doti, le situazioni debitorie erano tutti elementi che imponevano la disponibilità di denaro contante, da reperire solo attraverso la riscossione dei diritti feudali, che gravava unicamente sulla popolazione, o sulla messa a frutto dell’immobile proprietà agraria, nell’impossibilità di alienare i beni[119].
Nel caso che si è qui presentato fu proprio la volontà di svincolarsi dalla complessa gestione patrimoniale e dalle implicazioni, che i diritti del condominio feudale su Monterotondo comportavano, a far sì che si mettessero in atto delle strategie di uscita di coloro che ne erano marginalmente coinvolti, lasciandone il peso all’elemento debole, rappresentato dagli eredi pupilli di Giordano Orsini. L’enorme debito accumulato, anche a fronte di una diversa volontà dell’ultimo erede legittimo del ramo originatosi con Lorenzo Orsini, comportò la riunificazione del patrimonio nei “naturali” aventi diritto, i discendenti del ramo di Giacomo Orsini, i quali riuscirono a sopravvivere a quelle stesse dinamiche che si erano scatenate ancora per pochi decenni, costretti poi, con l’assenso del potere sovrano, ad alienare Monterotondo ed i diritti/doveri ai quali era strettamente vincolata quella proprietà allodiale a favore dei Barberini[120].
Albero genealogico del ramo di Lorenzo Orsini di Monterotondo
Sottolineati i personaggi frequentemente citati nello studio, in evidenza la parentela tra Giordano Orsini e Lucrezia dell’Anguillara.
Ago, Renata (1994), La feudalità in età moderna, Roma-Bari.
Allegrezza, Franca (1998), Organizzazione del potere e dinamiche familiari. Gli Orsini dal Duecento agli inizi del Quattrocento, Roma.
Allegrezza, Franca (2001), “Alessandro VI e le famiglie romane di antica nobiltà: gli Orsini”, in M. Chiabò, S. Maddalo, M. Miglio, A.M. Oliva (a cura di), Roma di fronte all’Europa al tempo di Alessandro VI. Tomo I, Roma, pp. 331-344.
Armando, David (2018), Barone, vassalli e governo pontificio. Gli stati dei Colonna nel Settecento, Roma.
Armando, David (2020), Quasi sovrani o semplici privati. Feudalità, giurisdizione e poteri nello Stato Pontificio dell’Antico Regime alla Restaurazione, Roma.
Bergamaschi, Maria Temide; Riccardo Di Giovannandrea (2015), Il Palazzo di Monterotondo. Una residenza baronale della nobiltà romana in Sabina tra XVI e XIX secolo, Roma.
Bergamaschi, Maria Temide; Riccardo Di Giovannandrea (2023), “Bartolomeo d’Alviano e Orsina Orsini: un ignoto contratto matrimoniale come suggello tra famiglie di condotti”, in Anales de la Universidad de Alicante, Historia Medieval, 24, pp. 181-206.
Bloch, Marc (1999), La società feudale, Torino.
Brancaccio, Giovanni (2015), “Il feudalesimo adriatico nell’età moderna”, in Cancila, R., Musi, A. (a cura di). Feudalesimi nel Mediterraneo moderno, Palermo, pp. 49-80.
Brunelli, Giampiero (2001), “«Prima maestro, che scolare». Nobiltà romana e carriere militari nel Cinque e Seicento”, in M.A. Visceglia (a cura di), La nobiltà romana in età moderna, Roma, pp. 89-132.
Cancila, Rossella; Musi, Aurelio (2015), Feudalesimi nel Mediterraneo moderno, Palermo.
Carocci, Sandro (1993), Baroni di Roma, dominazioni signorili e lignaggi aristocratici nel Duecento e nel primo Trecento, Roma.
Chiumenti, Luisa; Fernando Bilancia (1997), La Campagna Romana antica, medievale e moderna, VI, Vie Nomentana e Salaria, Portuense, Tiburtina, Firenze.
Cicogna, Emanuele Antonio (1827), Delle iscrizioni veneziane, II. Venezia.
Cola, Maria Celeste (2021), Palazzo Valentini a Roma. La committenza Zambeccari, Boncompagni, Bonelli tra Cinquecento e Settecento, Roma.
Davis, Charles, “Una scheda per Tiziano: il ritratto perduto di Giordano Orsini”, Mitteilungen des Kunsthistorischen Institutes in Florenz 27, 3(1983), pp. 382-385.
Del Re, Niccolò (1998), La Curia Romana. Lineamenti storico-giuridici, Città del Vaticano.
Donati, Claudio (1988), L’idea di nobiltà in Italia. Secoli XIV-XVIII, Roma-Bari.
Guerrini, Paola (1995), Chiesa di S. Maria delle Grazie in Monterotondo e il suo territorio, di Regione Lazio, Centro di Documentazione, Bari, pp. 164-169.
Irace, Erminia (2018), “Impaziente della quiete”. Bartolomeo d’Alviano, un condottiero nell’Italia del Rinascimento (1455-1515), Bologna.
Litta, Pompeo (1846-1848), Famiglie celebri d’Italia. Orsini di Roma, Milano.
Mallett, Michael (1983). Signori e mercenari. La guerra dell’Italia del Rinascimento, Bologna.
Mallet, Michael (2018). “Il Condottiero”, in Garin, E. (a cura di) L’uomo del Rinascimento. Roma-Bari, pp. 43-72.
Mallet, Michael; Shaw, Christine. (2012), The Italian Wars, 1494-1559. War, State and Society in Early Modern Europe, London-New York.
Mori, Elisabetta (2016), L’Archivio Orsini. La famiglia, la storia, l’inventario, Roma.
Musi, Aurelio (2007), Il feudalesimo nell’Europa moderna, Bologna.
Musi, Aurelio (2015), “Tra conservazione e innovazione: studi recenti sulla feudalità nel Mezzogiorno moderno”, in Cancila, R., Musi, A. (a cura di). Feudalesimi nel Mediterraneo moderno, Palermo, pp. 183-206.
Noto, Maria Anna (2015), “Il ruolo delle nobildonne nelle dinamiche feudali tra XVI e XVII secolo nel Principato di Caserta”, in Cancila, R., Musi, A. (a cura di). Feudalesimi nel Mediterraneo moderno, Palermo, pp. 487-520.
Novi Chavarria, Elisa (2014), “Donne, gestione e valorizzazione del feudo. Una prospettiva di genere nella storia del feudalesimo moderno”, Mediterranea – ricerche storiche, 11(2014), pp. 349-364.
Pagliara, Pier Nicola (1980), Monterotondo in Storia dell’arte italiana. Inchieste sui centri minori di Federico Zeri, Torino, pp. 325-378.
Raimondo, Sergio (2001), “La rete creditizia dei Colonna di Paliano tra XVI e XVII secolo”, in M.A. Visceglia (a cura di), La nobiltà romana in età moderna, Roma, pp. 225-253.
Rosini, Patrizia (2016), Casa Cesarini. Ricerche e documenti.
Sacchi, Bartolomeo (1510), De vera nobilitate, Erfurt.
Sansovino, Francesco (1575), L’Historia de casa Orsina, Venezia.
Shaw, Christine (2007), The political role of the Orsini family from Sixtus IV to Clement VII, Roma.
Vaquero Piñeiro, Manuel (2018), “L’affare delle armi. Le condotte militari in Italia tra medioevo ed Età Moderna”, in Irace, E. (a cura di). “Impaziente della quiete”. Bartolomeo d’Alviano, un condottiero nell’Italia del Rinascimento (1455-1515), Bologna, pp. 93-114.
Visceglia, Maria Antonietta (2001), La nobiltà romana in età moderna, Roma.
[1] Bergamaschi, Di Giovannandrea 2015.
[2] Il progetto di studio è stato condotto insieme a Maria Temide Bergamaschi, che ha avuto un ruolo fondamentale anche nel reperimento delle fonti utilizzate in questo articolo, definibile come una piccola anticipazione della ricerca in corso di svolgimento.
[3] Mori 2016, p. 144.
[4] Si va da atti nei quali in prima persona sono coinvolti esponenti di casa Orsini o loro parenti prossimi, sia nello sviluppo della vita familiare (accordi matrimoniali, inventari di beni, testamenti) sia nell’amministrazione delle finanze personali e dei feudi (compravendite, affitti, censi, prestiti, operazioni finanziarie), fino all’esercizio della giurisdizione nei governi locali. Si tratta chiaramente di atti di natura diversa, che sono più o meno generosi nel restituire informazioni circa la consistenza storica dei singoli personaggi, scopo per il quale non erano ovviamente nati, per cui l’assenza o l’abbondanza di un certo tipo di fonte permette o impedisce di attribuire concretezza ad alcune figure. Si badi bene dunque che la maggiore o minore vividezza nella ricostruzione non è data da una scelta dello storico, ma dalla necessità di dover far conto con una minore evidenza documentale, che, è auspicabile, possa essere ridotta col progredire della ricerca.
[5] Per inquadrare la famiglia di Monterotondo nel più ampio panorama romano e internazionale si vedano, tra gli altri: Sansovino 1575; Litta 1846-1848; Chiumenti, Bilancia 1997; Pagliara 1980; Mallet 1983; Carocci 1993; Allegrezza 1998; Allegrezza 2001; Shaw 2007; Mallet, Shaw 2012; Mori 2016, in particolare pp. 144-145; Mallet 2018; Vaquero Piñeiro 2018.
[6] Sulle carriere militari della nobiltà romana tra XVI e XVII secolo si veda: Brunelli 2001.
[7] Molto ampio è stato il dibattito sul permanere del feudalesimo in Età Moderna e sulla sua natura, per cui ancora fondamentale rimane il contributo di Renata Ago (1994, pp. 161-181), benché di ampio respiro e di carattere generale. Cf. Bloch 1999, p. 492-493. Aurelio Musi individuò, invece, in questo permanere di aspetti legati alla feudalità non solo una prova della loro marginalità o residualità, bensì un chiaro indizio di un’evoluzione, di una trasformazione che aveva permesso la sopravvivenza, seppur in forme diverse, di strutture di gestione della giurisdizione e dei grandi patrimoni legati alle famiglie aristocratiche. Musi 2007, p. 73. Sull’ampio dibattito relativo alla speculazione giuridica circa la dicotomia privato/pubblico in ambito feudale si veda: Musi 2007, pp. 28-34.
[8] Musi (2007, p. 146) evidenziava proprio questo aspetto notando che “la giurisdizione feudale delle più forti famiglie baronali come quelle dei Colonna, degli Orsini, dei Savelli ecc. era rimasta ancora ben salda nel corso del Seicento, ma la trasformazione della nobiltà romana in nobiltà di corte era da tempo un fatto definitivamente acquisito e anche le prerogative giurisdizionali sui vassalli si erano fortemente ridotte ed erano comunque tali, nella seconda metà del XVIII secolo, da rivestire un’importanza senza dubbio inferiore a quella che conservavano in altri stati, dove inoltre producevano una rendita nettamente superiore a quella fornita nello Stato della Chiesa”. Una realtà, dunque, che va comparata con ciò che stava accadendo anche in un regime repubblicano com’era quello genovese del-la seconda metà del XVI secolo, in cui coesistevano “nuovi ricchi”, desiderosi di accedere alla nobiltà e al governo, e “nobili poveri” che potevano solo vantare privilegi politici e sociali, entrambi segno dei tempi che stavano cambiando. Donati 1988, p. 213. Per lo Stato della Chiesa si veda: Visceglia 2001, pp. XX-XXIII.
[9] Musi 2007, p. 145.
[10] Maria Antonietta Visceglia (2001, pp. XXII) aveva già notato che “sebbene il papato facesse ampio ricorso al “lessico feudale”, capace di denotare sia le relazioni interne alla gerarchia ecclesiastica, sia “rapporti eminenti di alleanza politica” con una imbricazione di fondo del politico e del religioso, l’istituto feudale fu poco utilizzato nel rapporto tra Chiesa e aristocrazia locale”.
[11] Musi 2007, p. 34.
[12] Per una dettagliata, seppur sintetica, ricostruzione della tematica si vedano in particolare: Visceglia 2001, pp. XXIII-XXVII; Armando 2020, pp. 20-48, 95-100.
[13] Armando (2018, pp. 127-187; 2020, pp. 101-132) ha preso in esame l’evoluzione di queste sacche di autonomia feudale in relazione con il controllo centrale soprattutto per le realtà feudali del Lazio meridionale legate principalmente ai Colonna. Una famiglia sicuramente avvicinabile agli Orsini per antichità e storia, anche se lo stesso autore ha evidenziato che “la maggior parte della documentazione utilizzata riguarda i complessi feudali dei Colonna, e che, per l’estensione dei feudi e per la potenza politica che ha caratterizzato questa famiglia nel corso dell’età moderna, alcune prerogative che risultano competerle potrebbero non estendersi ad altre”. Armando 2020, p. 101.
[14] Tanto di lui quanto del figlio Giordano si conoscono due biografie coeve con i relativi ritratti conservate in Sansovino 1575, ff 83v-86r. Sul ritratto di Giordano si veda in particolare l’analisi di Davis (1983, pp. 382-385).
[15] A Giordano era stato dato lo stesso nome del prozio, morto a Firenze nel 1484 al quale il fratello cardinale Battista dedicò il raffinatissimo cenotafio nella chiesa di S. Maria delle Grazie a Monterotondo e del quale si conserva un coevo ritratto su tavola presso l’Accademia Carrara di Bergamo. Sul monumento si vedano: Pagliara 1980, pp. 255-257 e Guerrini 1995, pp. 164-169. Sul ritratto, attualmente non esposto al pubblico, https://www.lombardiabeniculturali.it/opere-arte/schede/C0050-01016/.
[16] Cicogna 1827, pp. 501-503, n. 94.
[17] Archivio di Stato di Roma (ASRoma), Archivio Notarile di Monterotondo, vol. 17, ff. 110v-111r.
[18] ASRoma, Archivio Notarile di Monterotondo, vol. 19, ff. 107v-109r.
[19] Archivio di Stato di Rieti (ASRieti), Archivio notarile di Collevecchio, vol. 20, ff. 71v-72v, 54r-70v, 189r-195r, 197v.
[20] ASRieti, Archivio notarile di Collevecchio, vol. 19, ff. 128r-130v.
[21] ASRieti, Archivio notarile di Collevecchio, vol. 19, ff. 145v-147v.
[22] ASRieti, Archivio notarile di Collevecchio, vol. 19, ff. 470r-473r. Oltre che a Collevecchio, i loro interessi sono attestati anche nel vicino territorio di Grappignano dove il primo aprile 1560 acquistarono dei terreni. ASRieti, Archivio notarile di Collevecchio, vol. 19, ff. 350v-352r.
[23] ASRieti, Archivio notarile di Collevecchio, vol. 19, ff. 483r-484v.
[24] Gli effetti giuridici del contratto furono evidenti il 17 ottobre 1561 quando un atto di vendita di una vigna tra privati fece esplicita menzione dei diritti feudali spettanti agli eredi di Paolo Emilio oppure a Giordano, affittuario del feudo, che ricevette quattro cognatelle di mosto per il tramite di Flaminio Glandarelli, suo agente. ASRoma, Archivio Notarile di Monterotondo, vol. 21, f. 202rv. Analoga situazione riscontrabile anche in altri atti coevi. ASRoma, Archivio Notarile di Monterotondo, vol. 18, ff. 142v-145r; vol. 21, ff. 26r-27r.
[25] ASRoma, Archivio Notarile di Monterotondo, vol. 18, ff. 130r-132r.
[26] ASRoma, Collegio Notai Capitolini, not. Curtius Saccoccius de Sanctis, vol. 1520, ff. 70r-75v.
[27] Troilo aveva allora 22 anni e Mario 19 quindi, secondo le volontà testamentarie del padre, loro tutori furono il cardinale di Sermoneta, l’arcivescovo Giovanni Battista Orsini, Fulvio, zio paterno, e Giulio, loro cugino, nella cui casa in rione Monti venne concluso l’atto. Lo stesso giorno Mario asserì che c’erano varie e diverse liti sia in essere che da muovere contro Leone Orsini, vescovo di Frejus, e contro il Fisco davanti al tribunale del Governatore e non avendo la capacità giuridica di comparire in tribunale “ne indefensus remaneat” decise di essere rappresentato dal fratello Troilo, dallo zio paterno Fulvio e dal cugino Giordano, ratificando tutti gli atti finora espletati da Ottaviano Vestini comparso davanti al Governatore nella causa contro il vescovo. ASRoma, Collegio Notai Capitolini, not. Curtius Saccoccius de Sanctis, vol. 1520, ff. 72v-73r. Leone, insieme ai fratelli Arrigo e Francesco, era esponente dell’altro ramo eretino della famiglia, quello dei discendenti di Giacomo. Proprio insieme a quel vescovo, il 2 giugno 1562, in un atto di donazione di una vigna alla chiesa di S. Maria extra muros fatta da una donna di Monterotondo, Giordano è attestato condominus di quel feudo. ASRoma, Archivio Notarile di Monterotondo, vol. 22, f. 59r-60v.
[28] Cola 2021 pp. 42-43.
[29] Per i riferimenti generali sulla salvaguardia dell’integrità del patrimonio si rimanda ad: Ago 1994, pp. 29-38.
[30] Noto 2015, p. 516.
[31] ASRoma, Collegio Notai Capitolini, not. Curtius Saccoccius de Sanctis, vol. 1520, ff. 281r-282r. Lo stesso giorno Carlo Zambeccari ratificò il pagamento della dote da parte di Giordano, Troilo e Mario. ASRoma, Collegio Notai Capitolini, not. Curtius Saccoccius de Sanctis, vol. 1520, f. 284v.
[32] I due fratelli si trovavano a Roma il 5 febbraio 1562, quando scrissero la lettera indirizzata ai massari di Foglia.
[33] ASRieti, Archivio Notarile di Collevecchio, vol. 19, ff. 438r-442v.
[34] Una traccia archivistica del primo matrimonio di Giordano si ritrova in un documento del 9 maggio 1562 con cui egli pagò a Giovanni Paolo Saviolo di Narni per la dote della moglie Armenia, già damigella della defunta Emilia Cesi, 103 scudi sul totale di 200, restando debitore di 97. ASRoma, Collegio Notai Capitolini, not. Curtius Saccoccius de Sanctis, vol. 1520, f. 330rv.
[35] Era moglie di Giovanni Battista dell’Anguillara, che risultava morto il 9 maggio 1565, e madre di Flaminio e Averso. ASRoma, Collegio Notai Capitolini, not. Curtius Saccoccius de Sanctis, vol. 1524, f. 393r.
[36] ASRoma, Collegio Notai Capitolini, not. Curtius Saccoccius de Sanctis, vol. 1520, ff. 270rv. Questa pratica dotale, sebbene risolutiva nell’immediato, si rivelava funesta sotto il profilo della pacifica convivenza delle parti che, ben presto, sarebbero arrivate ad aprire procedimenti legali. Un aspetto ben evidenziato per il Regno di Napoli dove, “a cagionare questo genere di aspri contenziosi giudiziari e a provocare lunghe catene di indebitamento familiare contribuisce in larga misura la prassi – ampiamente attestata negli usi dotali dei lignaggi aristocratici napoletani – di dotare le figlie con una porzione o con la totalità della dote materna, il cui versamento, in molti casi, risultava non ancora completato, pur a distanza di tempo e a dispetto dei patti e delle scadenze stabilite nei contratti matrimoniali”. Noto 2015, p. 503.
[37] ASRoma, Collegio Notai Capitolini, not. Curtius Saccoccius de Sanctis, vol. 1520, f. 247v.
[38] ASRoma, Collegio Notai Capitolini, not. Curtius Saccoccius de Sanctis, vol. 1520, ff. 269v-272r.
[39] Per un quadro generale sulla gestione del potere locale nei domini di Venezia si veda: Brancaccio 2015, pp. 53-64.
[40] Dieci anni più tardi anche Paolo Orsini, figlio del fu Camillo, costituì suoi procuratori il reverendo Giovanni Antonio Facchinetti, vescovo di Nicastro, e Antonio Francesco Vannuzzi di Cagli per trattare i suoi interessi a Venezia con il Consiglio dei Dieci. L’atto venne fatto a Roma nel palazzo del cardinale Orsini in rione Parione alla presenza del referendario del papa Oberto Riparoli. ASRoma, Collegio Notai Capitolini, not. Curtius Saccoccius de Sanctis, vol. 1534, f. 11rv. Lo stesso Paolo il 29 marzo 1577 designò come suo procuratore e gestore degli interessi presso i domini veneziani Ugazzone da Casteldurante (Urbania). Tra gli altri compiti a lui affidati si nota il pagamento degli stipendi “spectantia ad milites vulgariter nuncupatos lanciespezzate et capitaneis equibus”. L’atto venne scritto a Mentana, nel palazzo di Camillo alla presenza, tra gli altri, del capitano Antonio Francesco Vannuzzi di Cagli. ASRoma, Collegio Notai Capitolini, not. Curtius Saccoccius de Sanctis, vol. 1547, ff. 301rv.
[41] Tra i testimoni ci fu Ottavio Adami. ASRoma, Collegio Notai Capitolini, not. Curtius Saccoccius de Sanctis, vol. 1520, f. 365rv.
[42] ASRoma, Collegio Notai Capitolini, not. Curtius Saccoccius de Sanctis, vol. 1520, ff. 480rv. Sulle dinamiche d’indebitamento causate dalle prassi dotali nella nobiltà napoletana si veda : Noto 2015, pp. 503-510.
[43] Per esempio, l’arcivescovo, il 28 giugno 1565, fece quietanza ai signori Cavalcanti e Gerardi, mercanti fiorentini, per aver ricevuto 220 scudi di moneta, quale credito di Giordano nei confronti di Papirio Capizucchi, per la vendita del casale di Marco Simone in data 10 aprile 1565. L’atto venne rogato nel palazzo dell’arcivescovo in rione Parione. ASRoma, Collegio Notai Capitolini, not. Curtius Saccoccius de Sanctis, vol. 1523, ff. 608v-609v.
[44] ASRoma, Collegio Notai Capitolini, not. Curtius Saccoccius de Sanctis, vol. 1524, ff. 511r-513r.
[45] ASRoma, Collegio Notai Capitolini, not. Curtius Saccoccius de Sanctis, vol. 1523, ff. 622r-624v.
[46] In un atto di vendita di terreni del 26 novembre 1577 il vescovo Orsini, rappresentato da Aurelio Polidori di San Gemini con le facoltà di vicario e giudice ordinario, venne definito governatore di Monterotondo per conto dei nipoti Francesco, Valerio, Ludovico e Raimondo, “veris et perpetuis dominis patronis”. L’atto fu redatto nel Palazzo di Monterotondo “et ad bancum iuris”. ASRoma, Archivio Notarile di Monterotondo, vol. 40, ff. 46 e sgg.
[47] Come apparirebbe agli atti nel notaio Antonio Massa di Gallese.
[48] ASRoma, Collegio Notai Capitolini, not. Curtius Saccoccius de Sanctis, vol. 1524, ff. 459v-461v.
[49] ASRoma, Collegio Notai Capitolini, not. Curtius Saccoccius de Sanctis, vol. 1523, ff. 893r-894r.
[50] Egli compare anche il 28 febbraio 1566 come procuratore della madre Maddalena Strozzi in un atto riguardante il possesso di Torrita. ASRoma, Collegio Notai Capitolini, not. Curtius Saccoccius de Sanctis, vol. 1525, f. 160v.
[51] Questa donna, oltre che paragonabile ad altre figure femminili rintracciabili all’interno degli stessi Orsini di Monterotondo, come, per esempio, Emilia, zia di Paolo Emilio, s’inquadra all’interno di un contesto più ampio di “protagoniste ‘attive’ del feudalesimo moderno, nella dimensione in cui per molte di loro si aprirono spazi di gestione del potere economico e giurisdizionale, non solo in virtù dello status sociale della famiglia di origine e del ruolo acquisito all’interno di essa, ma anche per come si mossero nella sfera pubblica e con quali margini di autonomia. Esse intrecciarono relazioni sociali e di potere in forme anche indipendenti rispetto all’ambito delle strategie familiari e frutto, anzi, molto spesso di scelte assolutamente individuali”. Novi Chavarria 2014, p. 353.
[52] Tra l’altro la donna il 15 aprile 1567 in presenza di Meo Pico di Borgo Sansepolcro, curatore e tutore degli interessi degli eredi di Giordano Orsini, comprò dallo stesso curatore “quidam pendens auri cum adamante et rubino” per il prezzo di scudi 70 che il defunto Giordano aveva dato all’uomo come ricompensa dei suoi servigi. La donna pagò la somma assegnando a Meo Pico i frutti di un suo censo. Quattro giorni dopo lo stesso Meo donò “ob suam meram et puram liberalitatem reservato sibi usufructu” alla stessa Lucrezia il censo con il quale ella aveva pagato il pendente. ASRoma, Collegio Notai Capitolini, not. Curtius Saccoccius de Sanctis, vol. 1527, f. 379rv.
[53] ASRoma, Collegio Notai Capitolini, not. Curtius Saccoccius de Sanctis, vol. 1525, ff. 493r-498r.
[54] ASRoma, Collegio Notai Capitolini, not. Curtius Saccoccius de Sanctis, vol. 1528, ff. 782r-783v.
[55] University of California Los Angeles (UCLA), Library Special Collection, Orsini Family Papers, box 99, folder 6.
[56] ASRoma, Collegio Notai Capitolini, not. Curtius Saccoccius de Sanctis, vol. 1525, ff. 530v-531r.
[57] ASRoma, Collegio Notai Capitolini, not. Curtius Saccoccius de Sanctis, vol. 1526, ff. 679v-681r.
[58] ASRoma, Collegio Notai Capitolini, not. Curtius Saccoccius de Sanctis, vol. 1526, ff. 821v-823r.
[59] ASRoma, Archivio Notarile di Monterotondo, vol. 29, ff. 17v-19v.
[60] Il 13 maggio 1568 Giovanni Grammino, come procuratore del fu Giordano Orsini e del fratello arcivescovo, aveva dato in affitto a nome dei detti signori un numero cospicuo di ovini per un totale di 457 capi a Sebastiano Angeletti di Stroncone secondo le modalità previste nel contratto di affitto rogato da Giovanni Battista Coperchio di Collevecchio l’8 aprile 1561. In quel momento Giovanni Battista Adami, per minore dispendio e comodità, volle vendere tale bestiame al predetto Sebastiano al prezzo di 400 scudi al fine di pagare una parte del costo del palazzo acquistato dagli eredi di Giordano proveniente da Giulio Orsini. L’atto venne rogato nella casa di Giulio in rione Monti. ASRoma, Collegio Notai Capitolini, not. Curtius Saccoccius de Sanctis, vol. 1529, ff. 509r-510r.
[61] ASRoma, Collegio Notai Capitolini, not. Curtius Saccoccius de Sanctis, vol. 1528, ff. 1215r-1216r.
[62] Il ruolo delle donne nella gestione dei feudi in Età Moderna è stato recentemente messo in evidenza (Novi Chavarria, 2014, pp. 349-364) anche con analisi di ambiti territoriali più ristretti come nel caso del Principato di Caserta, per cui si veda: Noto, 2015, pp. 487-520.
[63] ASRoma, Collegio Notai Capitolini, not. Curtius Saccoccius de Sanctis, vol. 1535, ff. 282v-305r.
[64] ASRoma, Collegio Notai Capitolini, not. Curtius Saccoccius de Sanctis, vol. 1535, f. 287v.
[65] ASRoma, Collegio Notai Capitolini, not. Curtius Saccoccius de Sanctis, vol. 1535, f. 289v.
[66] ASRoma, Collegio Notai Capitolini, not. Curtius Saccoccius de Sanctis, vol. 1535, f. 298r.
[67] ASRoma, Collegio Notai Capitolini, not. Curtius Saccoccius de Sanctis, vol. 1535, f. 298v.
[68] ASRoma, Collegio Notai Capitolini, not. Curtius Saccoccius de Sanctis, vol. 1535, ff. 384v-385r.
[69] Figlia di Bartolomeo d’Alviano e Pantasilea Baglioni. Sulla sua figura di Bartolomeo e sulla sua famiglia si rimanda ai: Irace 2018, pp. 255-262 e Di Giovannandrea, Bergamaschi 2022.
[70] ASRoma, Collegio Notai Capitolini, not. Curtius Saccoccius de Sanctis, vol. 1535, ff. 425r-426v.
[71] ASRoma, Collegio Notai Capitolini, not. Curtius Saccoccius de Sanctis, vol. 1534, ff. 305v-309v.
[72] ASRoma, Collegio Notai Capitolini, not. Curtius Saccoccius de Sanctis, vol. 1534, f. 398r.
[73] L’atto venne redatto in casa di Maddalena Strozzi in rione Monti. ASRoma, Collegio Notai Capitolini, not. Curtius Saccoccius de Sanctis, vol. 1534, ff. 428v-429r.
[74] Battista Adami il 3 maggio 1570 scrisse una lettera da Roma al Vicario di Torrita per approvare e confermare la sentenza data il giorno precedente da quest’ultimo nella causa dotale tra Emilio Coperchio e la moglie Ortenzia, da una parte, e Lucida e i suoi figli, dall’altra. ASRieti, Archivio notarile di Collevecchio, vol. 3/bis, ff. 6r, 41v. Il vicario in questione è il notaio di Collevecchio Giovanni Rigotti che sottoscrisse gli atti della causa dichiarando di essere “iudex ordinarius et ad presens pro illustrussimis dominis domino Valerio, domino Ludovico ac domino Raimundo, filiis et heredis illustrissimi et eccellentissimi quondam domini Iordani Ursini, huius castri Turrite vicarius”. ASRieti, Archivio notarile di Collevecchio, vol. 3/bis, f. 32v. Il legame tra l’Adami e Ludovico doveva essere molto stretto se Giovan Giorgio Cesarini intercedette presso Bianca Cappello a favore di Antimo Capizucchi che aveva ucciso Adami, definito “stretto parente di Ludovico”. Rosini 2016, p. 59.
[75] ASRoma, Cistercensi in S. Susanna, b. 4442, fasc. 8.
[76] ASRoma, Collegio Notai Capitolini, not. Curtius Saccoccius de Sanctis, vol. 1539, ff. 293v-304r.
[77] Ludovico il 9 aprile 1573, all’età di 18 anni, aveva confermato la nonna materna come tutrice e curatrice pro tempore dei suoi interessi. L’atto venne rogato nella residenza di Isabella e del nipote in rione Colonna in piazza San Macuto. ASRoma, Collegio Notai Capitolini, not. Curtius Saccoccius de Sanctis, vol. 1539, ff. 284v-285v.
[78] Paolo Emilio era morto, lasciando eredi i figli Troilo e Mario, i quali il 27 gennaio 1562 avevano venduto la loro parte del Palazzo a Monte Giordano. Fulvio, mentre era frate minore conventuale, rinunciò alla sua parte a favore di Giordano e del vescovo Giovanni Battista. Infine Giulio, per onorare un debito, cedette ancora ai figli di Giordano la sua parte del palazzo in data 24 dicembre 1567.
[79] Il complesso degli edifici oggetto della vendita confinava da un lato, verso Castel Sant’Angelo, con il palazzo di Paolo del fu Camillo, sul lato opposto con i beni di Arrigo e Francesco, davanti era affacciato sulla via pubblica “et intus circuitum Montis Iordani est claustrum seu platea dicti Palatii”.
[80] Il 16 aprile 1573 Isabella Liviani ricevette la somma di 211 scudi dal banco di Francesco Scarlatti e soci, mercanti fiorentini a Roma, per mano di Pietro Landi loro agente. La quietanza venne fatta nella casa della donna in rione Colonna. ASRoma, Collegio Notai Capitolini, not. Curtius Saccoccius de Sanctis, vol. 1539, ff. 380v-331v. La stessa cosa avvenne nei confronti di Maddalena Strozzi il 7 maggio successivo per mano di Venanzio Berretti, altro agente del banco Scarlatti. Ugualmente l’atto venne rogato nella casa della donna in rione Monti. ASRoma, Collegio Notai Capitolini, not. Curtius Saccoccius de Sanctis, vol. 1539, ff. 415v-416v.
[81] ASRoma, Collegio Notai Capitolini, not. Curtius Saccoccius de Sanctis, vol. 1543, ff. 305v-306r.
[82] ASRoma, Collegio Notai Capitolini, not. Curtius Saccoccius de Sanctis, vol. 1543, f. 307v.
[83] ASRoma, Collegio Notai Capitolini, not. Curtius Saccoccius de Sanctis, vol. 1543, ff. 391v-393r.
[84] ASRoma, Collegio Notai Capitolini, not. Curtius Saccoccius de Sanctis, vol. 1543, ff. 482v-484r.
[85] L’uomo al primo marzo 1596 risultava defunto poiché Lucrezia apparve in un atto come vedova del duca Savelli. Si trattava della valutazione dei beni dentro e fuori Catino e Poggio Catino in Sabina ammontanti al valore di circa 8.000 scudi. La donna asserì che i beni erano stati soggetti ad una requisizione transitando al nuovo signore di quelle terre Mario Capizucchi, ella tentò quindi di non perderli nominando suo procuratore Paolo Grassi, dottore utriusque iuris presso la Curia Romana, affinché mantenesse a nome di Lucrezia le case, le vigne, il mulino per l’olio, la panetteria e i forni e pure gli annui censi o le responsioni sia quelle a titolo personale che quelle in comunione o in società. La richiesta era di rivedere la stima ed eventualmente riconsiderare il valore dei beni anche nell’ipotesi di una vendita. La donna inoltre dichiarò di aver venduto ad Alessandro Doni di Firenze, abitante a Roma, il casale di Massa. Purtroppo il documento è incompleto trattandosi di una parte di un fascicolo. ASRoma, Archivio notarile di Palombara Sabina, vol. 55, f.(n.n.)
[86] ASRoma, Collegio Notai Capitolini, not. Curtius Saccoccius de Sanctis, vol. 1544, ff. 39r-40r.
[87] ASRoma, Collegio Notai Capitolini, not. Curtius Saccoccius de Sanctis, vol. 1544, ff. 236v-338v.
[88] ASRoma, Collegio Notai Capitolini, not. Curtius Saccoccius de Sanctis, vol. 1547, ff. 369v-370v.
[89] ASRoma, Collegio Notai Capitolini, not. Curtius Saccoccius de Sanctis, vol. 1547, ff. 50rv.
[90] ASRoma, Collegio Notai Capitolini, not. Curtius Saccoccius de Sanctis, vol. 1548, ff. 124r-125r.
[91] ASRoma, Collegio Notai Capitolini, not. Curtius Saccoccius de Sanctis, vol. 1549, ff. 490v-491v.
[92] ASRoma, Collegio Notai Capitolini, not. Curtius Saccoccius de Sanctis, vol. 1551, ff. 315v-322v.
[93] Litta, Famiglie celebri d’Italia, tav. VIII. Lascia qualche perplessità l’identificazione del palazzo proposta dall’autore che invece potrebbe essere quello della famiglia Sciarra Colonna con cui il ragazzo era imparentato per via della zia Clarice sposata con Sciarra Colonna. Nello stesso palazzo “in platea Sciarre”, dove viveva la detta Clarice, il 17 maggio 1575 Maddalena Strozzi nominò suo procuratore Giuseppe Giustino di Verona “ad recuperandum” da Giulia Paluzzelli, nobile romana, certi “torques seu catenas aureas eidem accomodatas”. ASRoma, Collegio dei notai capitolini, not. Curtius Saccoccius de Sanctis, vol. 1543, f. 393v.
[94] ASRoma, Collegio Notai Capitolini, not. Curtius Saccoccius de Sanctis, vol. 1572, ff. 292r-308v.
[95] Una copia del testamento è presente anche negli atti di una causa che oppose Maddalena Strozzi a Paolo Emilio Orsini il 25 settembre 1585. ASRoma, Collegio Notai Capitolini, not. Curtius Saccoccius de Sanctis, vol. 1572, ff. 226r-227v, 241r.
[96] ASRoma, Trenta Notai Capitolini, Bernardinus Pascasius, vol. 1583, ff. 43-49.
[97] Maddalena Strozzi il 21 ottobre 1567 risiedeva nella sua casa in rione Pigna dove venne stipulato un contratto riguardante Sciarra Colonna che affittò le erbe invernali delle sue tenute del Casale di Passerano. ASRoma, Collegio Notai Capitolini, not. Curtius Saccoccius de Sanctis, vol. 1528, ff. 959rv.
[98] ASRoma, Collegio Notai Capitolini, not. Curtius Saccoccius de Sanctis, vol. 1560, ff. 2rv.
[99] ASRoma, Collegio Notai Capitolini, not. Curtius Saccoccius de Sanctis, vol. 1559, ff. 332rv, f. 391rv; vol 1560, f. 16r.
[100] ASRoma, Collegio Notai Capitolini, not. Curtius Saccoccius de Sanctis, vol. 1559, ff. 375v-379v; vol. 1560, ff. 3r-4v, 57r-59v.
[101] ASRoma, Collegio Notai Capitolini, not. Curtius Saccoccius de Sanctis, vol. 1560, f. 15r.
[102] Cicogna 1827, pp. 503-505, n. 95.
[103] ASRoma, Collegio Notai Capitolini, not. Curtius Saccoccius de Sanctis, vol. 1563, ff. 352r-353r.
[104] La parte dell’immobile a lui spettante doveva essere quella a sud-ovest, prospicente l’attuale via della Rocca, come testimoniato almeno da due atti più o meno coevi. Il 29 luglio 1586 nel contesto di tutela di minori eredi della famiglia Muzi, originaria di Leonessa ma abitante a Monterotondo, venne descritta una loro casa “cum suis appartamentis, scoperto, cisterna in dicto scoperto existenti” situata “in loco vulgariter nuncupato La Rocca” confinante con i beni di Giovanni Battista Screzi, di mastro Rossi, nel lato posteriore con quelli di Benedetto di Montebodio, muratore, davanti col Palazzo di Valerio Orsini attraverso la via pubblica. ASRoma, Archivio Notarile di Monterotondo, vol. 52, ff. 52r-53v. Nella stessa area il 31 luglio 1586 Giulio Muti vendette a Valerio Orsini, assente e rappresentato dall’agente Bartolomeo Petrucci, una casa “cum discoperto sive horto cum cisterna sitam in terra Montis Rotundi in contrada la Rocca” per il prezzo di 70 scudi secondo la stima effettuata dal sig. Damiano Cervelli e da mastro Andrea muratore. ASRoma, Archivio Notarile di Monterotondo, vol. 64, ff. 73r-74r.
[105] Egli, referendario delle due Segnature, nell’espletamento delle sue funzioni ecclesiastiche, in qualità di abate commendatario dell’abbazia di S. Maria di Fossanova nominò suoi procuratori Claudio Cossi, padre generale dei cistercensi, e il reverendo Giovanni Bielli, priore della stessa abbazia, per esigere da Giulio Prosperi di Carpineto, da un certo Silvio e altri soci, gli affitti da usare per le necessità dei monaci della detta abbazia. Le somme si attestavano su scudi 130 di moneta papale argentea, 14 rubbi di grani, 14 cavalle di vino puro, 50 libbre di cera bianca lavorate in candele e 50 boccali d’olio buono. A questi si aggiungevano altri scudi “pro fabrica finienda et manutenenda” e 12 scudi per contributo annuale per il capitolo generale dell’ordine. ASRoma, Archivio Notarile di Monterotondo, vol. 65, f. 40rv.
[106] ASRoma, Archivio Notarile di Monterotondo, vol. 53, ff. 15r-16v, 307rv.
[107] ASRoma, Archivio Notarile di Monterotondo, vol. 81, ff. 33rv, 132v.
[108] Solo al 31 ottobre 1596 risulta la prima attestazione negli atti dell’Archivio Notarile di Monterotondo che il Palazzo appartenesse all’eredità della buona memoria di Valerio Orsini. ASRoma, Archivio Notarile di Monterotondo, vol. 2, f. 47r.
[109] Biblioteca Apostolica Vaticana (BAV), Arch. Barb., Indice III, 603.2, prot. A, ff. 149r-155v.
[110] Curioso il caso di una gioia conosciuto da un atto di Demetrio Branca, notaio di Stimigliano del 31 maggio 1597. In quella data Arrigo Orsini e la moglie Diana Savelli, regolarizzarono la posizione patrimoniale di “un vezzo di perle di numero cinquantadui” che Arrigo aveva acquistato proprio dallo zio Valerio, il quale lo deteneva in comunione con il fratello Giordano. La gioia era stata ceduta ad Arrigo per la cifra di soli 300 scudi, a fronte di un valore reale molto più alto, in occasione del matrimonio con la Savelli grazie ad un atto di generosità dello zio arcivescovo. In assenza, però, di una scrittura che ne avesse formalizzato a quel tempo il passaggio, i coniugi a loro maggior tutela, pensarono bene di rivolgersi al notaio che ne sancì la piena proprietà di Diana Savelli a fronte di un esborso a vantaggio del marito dei medesimi 300 scudi con i quali era stato originariamente acquistato. ASRieti, Archivio Notarile Comunale di Stimigliano, vol. 39, pp. 33r-33v, 60r.
[111] Del Re 1998, pp. 362-363.
[112] ASRoma, Camerale II, Nobiltà e feudi, b. 33, fasc. 212, Causa Sabinensi Montisrotundi.
[113] Bergamaschi, Di Giovannandrea 2015.
[114] Sacchi 1510.
[115] È assai interessante notare come i principali esponenti dei due rami di Bracciano e Monterotondo contrassero matrimonio tra loro, con lo scopo evidente di rinsaldare il reciproco legame: Napoleone, Paola e Maddalena di Bracciano sposarono rispettivamente Francesca, Lorenzo e Giacomo di Monterotondo. Cf. Mori pp. 40-41.
[116] Come commento alla posizione di Giovanni Orsini si veda l’analisi di: Donati 1988, pp. 15-17.
[117] Cf. Musi 2015, p. 96.
[118] Musi 2007, pp. 196-199.
[119] Per comparare il caso qui presentato con la situazione debitoria dei Colonna di Paliano si veda: Raimondo 2001.
[120] Cf. Brunelli 2001, p. 100; Visceglia 2001, p. XXVI.